Le mani, appoggiate delicatamente sulla gonna nera, sembravano macchie di latte percorse da sottili rigagnoli azzurri, che si rincorrevano verso il polso sottile. Anna accarezzava la foto con le dite magre e affusolate, quasi fosse una tazzina di porcellana preziosa. Il sorriso di Cristiana sembrava uscire dal quadrato di carta lucida, con le gote paffute e i capelli spettinati di sole. E la matassa dei ricordi si srotolò, riportando Anna indietro di qualche anno, seduta in quella stessa terrazza intiepidita dallo stesso sole, velato e tenue come il volto anemico di un bimbo convalescente.
Aveva scorto Lucia entrare dal pesante cancello di ferro intarsiato, sorretto da alte e squadrate colonne, ingentilite da putti inghirlandati. L’aveva avvisata del suo arrivo e Anna l’aspettava con un misto di curiosità e apprensione. Si erano viste il mese prima e Lucia le era parsa evasiva, quasi scostante, se non fosse che ogni tanto i suoi occhi la cercavano, per poi rifuggire svelti. Nel ricordo, era come se ora Anna penetrasse nelle azioni di Lucia, ripercorrendo quello che aveva pensato e provato, quasi che i ricordi giocassero a specchiarsi, per fondersi e rimbalzare dall’una all’altra.
Rivide Lucia entrare nell’ampio e lungo corridoio di marmo, lucido e odoroso di cera fresca e salire i larghi scalini, preceduta da due suore dai passi svelti e corti, simili a quelli di due piccole cinesi con i piedi fasciati, pratica che, pensò Anna con sollievo, stava ormai estinguendosi. Risentì lo slancio caldo di Lucia tra le sue braccia, stringerla con una forza diversa, quasi muscolosa. I loro vestiti divennero un’unica cosa informe, fuse come le loro anime.
La fece sedere sulla panca di marmo bianco, che il sole aveva intiepidito, e aspettò. Sentì che Lucia cercava fin dentro il cuore le parole più appropriate. Si accorse, e qui Anna immaginava lo stato d’animo di Lucia, di non averle pronte, impaurita e timorosa di sbagliare nel descrivere quello che stava provando. Iniziò, con la bocca che sembrava non bevesse da anni tanto era arida, prima incespicando poi, come una vampata, sentì le parole salirle dal ventre, una forza interiore che non trovava più alloggio e cercava una via di scampo liberatoria, qualunque essa fosse. E a qualunque costo.
“Mi sono innamorata” pronunciò Lucia con voce timorosa, ma ferma allo stesso tempo.
Nei secondi interminabili che seguirono, Anna udì le parole di Lucia, simili a un eco distorto proveniente dal profondo della gola, come se le corde vocali si fossero intrecciate e avessero emesso suoni incomprensibili. Socchiuse le labbra per dire qualcosa, ma poi tacque, vedendo la mano di Lucia stringere il crocifisso. Le pendeva, riflesso argenteo, sul petto che si intuiva florido, ma celato e reso informe dalla veste scura. Da suora. Erano consorelle. E sorelle.
Anna era partita, appena quattordicenne, da una famiglia del Veneto contadino del dopoguerra, a metà degli anni Cinquanta, per seguire la sua vocazione pura, da adolescente. Con i suoi occhi chiari, dai riflessi smeraldini, i capelli capricciosi, che al sole si incendiavano di un riflesso ramato e un velo di lentiggini spruzzate sul viso minuto e già precocemente spigoloso, Anna era una bimbetta ossuta e timida, ma anche furba. Di quella furbizia ingenua che le faceva rubare – solo alla domenica però! – l’invidiato orologio della sorella maggiore per metterselo orgogliosamente sul braccio, in alto, nascosto dalle maniche, così alla messa nessuno se ne sarebbe accorto!
Erano sei, le sorelle, e il pensiero di accasarle dominava il sonno della madre, donna forte, austera anche nei momenti di dolcezza, ribelle negli intenti, ma allo stesso tempo figlia obbligata del comune pensare. Il padre, forse per legge di compensazione, era più accondiscendente, a volte succube, ma diventava anche cocciuto, più per affermare un ruolo, che per vera indole.
Anna, dopo un fecondo apostolato, prese i voti diventando suor Michela, certa della strada che Dio aveva già segnato per lei. In convento studiò con profitto, fino a diventare insegnante, quasi inconsciamente a riscattare la sua estrazione sociale. Sentiva la pienezza della felicità, nella certezza di ricevere sempre più di quello che dava. Viveva la sua vocazione con la ricchezza della rinuncia e il sollievo quotidiano della preghiera, nel silenzio pieno della voce di Dio. La vita in convento, tra le consorelle, le dava il senso lieve dello scorrere naturale del tempo, come lo sgranare perpetuo di un rosario misericordioso. Ancor più le ripicche, le frustrazioni profonde, le passioni e le pulsioni più segrete e inconfessabili, i dispetti quasi infantili, i rancori sotterranei e vendicativi, che sapeva esistere tra le pieghe dell’anima, celate nelle vesti nere e austere delle consorelle. Le viveva come residuo di umana appartenenza, da immolare sull’altare della sopportazione, della rassegnazione, del perdono, dell’ordine superiore impresso da Dio a quelle donne che a Lui avevano dedicato, più o meno consapevolmente, la vita. E Anna era riconoscente, a Dio. Lo era anche adesso, pur ascoltando le parole dal suono quasi blasfemo della sorella, sua sorella Lucia, la sua sorella suora.
Anna la guardava e la rivedeva nella sua bellezza di ragazzina. Era davvero bella Lucia, con il viso regolare contornato da folti capelli castani, le labbra piene, il naso piccolo, diritto, con le alette alla base che si muovevano come le branchie di un pesciolino rosso. Gli occhi del colore caldo delle castagne, tradivano la passione intensa per la vita.
Amava, Lucia, ed era corrisposta. Un amore pulito, nascosto, fatto di sguardi e ciglia timide, dove il desiderio giocava a nascondino. Ma un giorno, proprio come in una favola a rovescio, Antonio era morto in un incidente. Una vita regalata a un cielo egoista. E Lucia, nella solitudine del suo carattere orgoglioso, sublimò il dolore lacerante e lo cucì segretamente in una piega della veste lunga e nera. Divenne suora. Suor Emma. Anche il nuovo nome, la sua nuova identità, le era quasi parso un sollievo, venuto provvidenzialmente a lenire un dolore sordo, immenso, che ogni notte cercava, con tutte le sue forze, di uscire dal petto e girovagare per trovare conforto. Prima di addormentarsi, Lucia lo vedeva percorrere i lunghi corridoi bui del convento, nascondersi spaventato dietro le ombre scure e inquietanti delle austere statue dei Santi, inginocchiarsi sui banchi lucidi della chiesa, sostare alla luce flebile dei ceri per trovare calore, rifugio, tregua. All’alba, sconfitto, il dolore rientrava nella stanza spoglia e disadorna di Lucia e la svegliava per iniziare una nuova giornata accanto a lei, per farla sentire meno sola.
A Lucia, suor Emma, piaceva insegnare, soprattutto ai bambini che, per disabilità o storie familiari, avevano maggiori difficoltà di apprendimento o integrazione. Portandoli inusualmente alle partite di calcio, facendoli sorridere o sgridandoli per le marachelle, il suo istinto materno pareva trovare un nido, un luogo segreto dove nutrirsi.
Era e si sentiva rigorosamente suora, ma per lei era diventato quasi un ruolo, una sorta di dovere da espletare, un obbligo etico e morale. Dentro le mura del convento, protettive e ostili al tempo stesso, si sentiva sempre più estranea. E ribelle. Più passavano gli anni, più aumentava in Lucia un disagio, quasi fisico, una acuta sofferenza nell’essere considerata un numero, una veste senza identità, solo una cuffia e un velo per nascondere capelli disobbedenti, che nessuno doveva vedere. Non voleva certo sovvertire le regole del convento, le aveva pur accettate votandosi all’obbedienza, sapeva perfettamente che ogni comunità si basava su principi di convivenza codificati. Ma ora, dopo anni, percepiva quelle regole come sterili, vuote, prive dell’apporto dei veri vivi.
Quello che prima le dava tranquillità, sicurezza, senso di protezione, ora le sembrava un perimetro sempre più stretto, un cerchio da cui ogni giorno provava a saltare fuori, come l’acrobata di un circo. Ma senza rete. No, una rete, un appiglio di sopravvivenza c’era. Anna. Ogni qualvolta le contraddizioni prendevano il sopravvento, chiamava la sorella simbolo di vocazione, di vera abnegazione in Cristo. Le scriveva lunghe lettere, oppure aspettava che Anna, suor Michela, fosse in Casa Madre per gli esercizi spirituali e la raggiungeva in corriera. Sentiva che Anna non la giudicava, anzi, se possibile la ascoltava con rispetto, quasi ammirando la sua sincerità nel mettere a nudo i più intimi pensieri. Tra loro esisteva una comunanza, una complicità di sentimenti, una solidarietà che travalicavano qualsiasi confine. Entrambe sentivano la loro sorellanza come qualcosa di ancor superiore dell’essere figlie degli stessi genitori o come mera condivisione dell’infanzia o delle contraddizioni dell’adolescenza. Si sarebbero scelte comunque, ne erano certe, al di là dei legami familiari.
Essere sorelle era per loro un valore aggiunto, ma sarebbero state ugualmente tali se si fossero trovate compagne di banco o nello stesso collegio. La loro sorellanza andava al di là di qualsiasi certificato di nascita, convenzione, tradizione. L’aver abbracciato la stessa scelta religiosa, pur nella diversità della vocazione, le aveva rese, se possibile, ancora più unite nell’amore senza limiti tra loro e per Dio. Mettere in discussione le regole dell’Ordine, impensabile per Anna, diventava per Lucia, paradossalmente, strumento per rafforzare la verità dell’appartenenza, per squarciare quel velo di ipocrisia che copriva la vita di molte, troppe suore. A differenza di lei stessa, che aveva scelto comunque liberamente i voti, ancorché considerati irreversibili, nei conventi tante giovani donne, troppe, erano state mandate suore. Sì, mandate, pensava Lucia con struggimento e pietà. Per lasciare l’eredità al figlio maschio o perché in campagna le bocche da sfamare erano troppe o perché non si erano accasate in giovane età. Meglio suora che zitella, si diceva in paese.
“Mi sono innamorata”. – Ecco, l’aveva detto – pensò Anna, con un misto di terrore e di sollievo insieme. In cuor suo sapeva che quelle parole sarebbero arrivate. Addirittura anni prima. Ma scacciò subito quel pensiero, come fosse intriso di una bestemmia.
Ripose le mani intrecciate in grembo, strofinandole nervosamente sulla stoffa ruvida, compagna inseparabile di preghiere. Anna sentì le efelidi bruciare sul viso di un rossore improvviso e violento. Aveva paura.
Dove era Dio in quel momento? Perché non era lì a suggerirle cosa dire, a sostenerla con la sua misericordia? Perché la lasciava sola di fronte a una prova così sconvolgente e più grande, immensamente più grande di lei? Perché Dio, oh perché? Non capiva, non accettava il tormento della sorella o forse, anche lei, era schiava della stessa ipocrisia che Lucia combatteva così ferocemente? Perché la sorella tanto amata le procurava questo dolore così difficile da sopportare? Che diritto aveva Lucia di mettere alla prova la fede stessa di Anna, in nome di un sentimento, l’amore, che Anna considerava impossibile da provare se non nei confronti del Salvatore?
Non si sentiva pronta ad affrontare tutto questo. Cosa avrebbero detto la Madre Superiora, le consorelle, la famiglia, il mondo intero?
Lacrime di sconforto, rabbia e compassione premevano per uscire, ma cercò con tutte le sue forze di ricacciarle indietro. Le avrebbe versate nella solitudine della sua anima. Chiuse gli occhi e iniziò umilmente e sommessamente a pregare, rivolgendosi alla Madonna, madre di Cristo, quasi che Lei, proprio in quanto donna, potesse meglio comprendere le sue suppliche, aiutandola a trovare conforto e serenità. Nella preghiera alla Santa Madre, Anna, suor Michela, si sentì rafforzata e aprì lentamente gli occhi. Guardando il volto pallido e contrito di Lucia, Anna piano piano capì. Era la sorella che aveva bisogno di aiuto. Non erano in discussione i suoi principi, la sua vocazione, la sua fede, ma quelli di Lucia, di suor Emma. Era lei in balia dei sentimenti, era Lucia ad aver smarrito la rotta sicura e già tracciata nell’amore per Cristo. Da sorella maggiore, da consorella, doveva offrirle un approdo temporaneo, per capire davvero quale viaggio volesse intraprendere.
E Lucia, intravvedendo una seppur lieve espressione compassionevole nel volto di Anna, cominciò a raccontare, senza alibi o difesa alcuna, sapendo che Cristo era tra loro ad ascoltare, sposo fedele, nella buona e nella cattiva sorte. Questa vicinanza le dava, se possibile, ancor più serenità e consapevolezza nel provare ad aprire il suo cuore, gonfio di paura, di vergogna, ma leggero d’amore.
L’impresa di costruzioni e restauri era giunta in convento in un giorno plumbeo, foriero di pioggia. Lucia aveva aperto il cancello grande sul retro. Gli operai erano scesi dal vecchio furgone, iniziando subito a scaricare il materiale per montare le impalcature. Il tetto centenario aveva bisogno di essere rifatto e il lavoro si presentava lungo, ma non eccessivamente complicato. Erano previste altre manutenzioni da eseguire all’interno del convento, ma sarebbe stato un lavoro successivo, da calibrare via via nei costi. Ogni giorno gli operai arrivavano, assentivano con un cenno della testa agli ordini e alle raccomandazioni del capo cantiere e iniziavano spediti. E Lucia li aspettava tutte le mattine. Spalancando il grande cancello, le sembrava di aprire una porta sulla vita vera, umana. Ascoltava incantata parole maschili, impastate di malta, ferro, bitume. Odore forte di sudori acri, pregnanti, mescolati a fumo e calce, sorprendevano le sue narici con la scoperta del nuovo, dell’altro.
Ogni giorno, finito il lavoro a scuola con i suoi adorati bimbi, e aiutato le consorelle a rigovernare il refettorio, con le preghiere di ringraziamento ancora sospese sulle labbra arrivava sul retro del convento. Si sedeva sulla panchina di marmo a leggere all’ombra delle querce, che proteggevano il convento con le loro fronde maestose, madri secolari e possenti, guardiane di fragili umanità.
Non finiva mai un capitolo prima che arrivasse Guido, il geometra capocantiere. Si sedeva, facendo attenzione a mantenere le dovute distanze, sulla panchina e iniziava a parlare, timidamente. La sua voce sembrava uscire da un luogo profondo, sconosciuto. Calda, pacata, di una gentilezza antica, nonostante egli avesse appena raggiunto la quarantina, era molto diversa dalla voce che Lucia sentiva nell’impartire ordini agli operai. Si passava spesso, forse per attingere sicurezza dal gesto ripetitivo, una mano sul lato della testa. A Lucia, le unghie piccole e bianche sembravano scaglie di sapone, che giocavano a nascondersi tra i capelli castani. Le mascelle forti e squadrate sul viso sempre rasato, facevano contorno a un naso lineare, quasi anonimo. Gli occhi avevano il colore scuro e cupo della terra appena arata, con uno sguardo che a Lucia sembrava triste, smarrito. Pur nella assoluta distanza di convenienza, Lucia poteva sentire il profumo di sapone fresco della sua camicia, forse lo stesso delle unghie, pensava divertita, più dolce e pregnante di quello duro, disinfettante e impersonale usato in lavanderia dalle consorelle.
Ogni momento, con il passare dei mesi, diventava pretesto per scambiarsi sguardi, descrizioni di ritagli di vita vissuta nella diversità dei luoghi, racconti di infanzie, di famiglie avute e passate, come il matrimonio di Guido, finito drammaticamente nel lutto. La moglie era morta due anni prima, con i polmoni precocemente avvizziti, incapaci di respirare la vita che avrebbe meritato di condividere con lui e i loro due figli. Ogni giorno, ogni sorriso, ogni sguardo, ogni parola detta aprivano a Lucia, nella solitudine della preghiera, scrigni di vocaboli segreti, impronunciabili. La sua stanza, prima così fredda e spoglia, la sentiva pervasa di un profumo nuovo. Sapone fresco. E un giorno d’estate, la veste scura si macchiò di fiori. La sua voce era quasi implorante nel chiedere a Anna di capire il dolore immenso, che la dilaniava come suora, ma anche la magnificenza del sentimento che provava come sorella. Lucia sembrava chiederle di appellarsi ora all’una ora all’altra, quasi obbligando Anna ad adattarsi a due ruoli contrapposti, ma indissolubilmente legati. Anna comprese che le sarebbe stata accanto. Sempre. Poco importava se come sorella o come suora, la differenza era solo un virtuosismo della vita. Amare, capire, condividere, compatire erano verbi che Dio regalava ai puri di cuore. E Anna voleva esserlo, con tutta se stessa. Pregava Dio con la forza, che le derivava dalla meravigliosa fede in Lui e sapeva che Dio avrebbe aiutato Lucia, perché Dio era misericordia.
Anna ora, guardando Cristiana nella foto, si accorse di parlarle sottovoce, mentre scorreva la pellicola dei ricordi, nel dipanarsi di un film in bianco e nero a inquadrarne i protagonisti.
Anna le descrisse l’abbandono dell’abito monacale di suor Emma, con il profilo della Madre Superiora intagliato nel più gelido marmo e il volto delle consorelle ancora più rigido dei colletti inamidati, l’ostracismo della famiglia di origine, con lo scandalo dipinto sui piccoli balconi di un piccolo paese.
Le raccontò, altresì, delle lacrime grate di alcune consorelle nei confronti di chi le riscattava, con un coraggio a loro negato. La cerimonia del matrimonio tra Lucia e Guido, intrisa di spiritualità, amore e fede, condivisa dai parenti che avevano finalmente aperto i balconi del perdono. E di come, un anno e mezzo dopo, poco prima che Lucia compisse quarant’anni, era nato un dirompente messaggio di amore, forte più di qualsiasi doglia, più di qualunque peccato.
“Eri nata tu, Cristiana, figlia d’amore terreno e dono di Dio. E doppia nipote di una delle sorelle di tua madre. Lo so che ora non puoi capire, ma te lo spiegherò. Oh sì, amore santo della zia, stai sicura che te lo spiegherò!”
Cristina De Rossi
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