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Le armi

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Riceviamo e pubblichiamo un nuovo intervento a firma di Luigi Giovannini in tema di conflitto tra Russia e Ucraina

Accapigliarsi sul tema delle armi tradizionali in tempi di minaccia nucleare sfiora la banalità, se poi la tensione sull’argomento determina nel nostro premier sbalzi caratteriali e salite al Colle, penso che si sia perso il necessario equilibrio, e questo smarrimento mi sembra unicamente mosso dalla necessità di tutelare un’autorevolezza personale già fortemente indebolita dagli infruttuosi confronti d’oltre oceano.

Poco prima di questa polemica domestica infatti, l’affermato politologo americano Ian Bremmer aveva consigliato all’ospite Draghi un urgente ritorno in patria “…perché la crisi russa è stato un disastro per la sua reputazione…”.

Parere fulminante, che si è aggiunto all’incomprensione con Zelenskyi quando il presidente ucraino non aveva interrotto i suoi impegni bellici per rispondere alla sua telefonata, e ha richiamato alla memoria anche l’imprudente commento sul premier turco Erdogan, oggi accreditato pacificatore.

Si sperava che il confronto telefonico con Putin potesse almeno riequilibrare il suo zoppicante credito internazionale, ma una divulgata ventata di ottimismo è stata non solo immediatamente rintuzzata dalla decisione russa di confermare il pagamento in rubli, ma anche del tutto azzerata per l’aggiungersi di un rischio cambio con l’euro che o paghiamo, o rimaniamo a corto di fornitura.

Insomma al premier, al di fuori della culla europea, gli inciampi non mancano.

Concettualmente l’obiettivo di Draghi era già stato indebolito in una seguita trasmissione televisiva dove un giornalista – fondatore e direttore della più nota rivista italiana di geopolitica – ha affermato che l’Europa per la sua difesa comune aveva creato 170 “sistemi d’arma” (sono le costruzioni di carri armati, cannoni, sottomarini o altri armamenti), mentre l’America con quantità produttive belliche spaventosamente superiori ne ha appena 30: a suo avviso la metodologia strategica della produzione europea alimenta unicamente le lobby del settore e non migliora una capacità d’urto che naturalmente in un conflitto nucleare sarebbe del tutto superflua.

D’altra parte Conte ha sottolineato che negli ultimi 2 anni, ci sono stati 6 scostamenti di bilancio per un totale di 180 miliardi di debito aggiuntivo, per cui ulteriori 13 miliardi all’anno da spendere per le armi determinerebbero strette economiche in settori decisamente sensibili quali sanità, sostegno al rincaro delle bollette elettriche e del gas, cassa integrazione, assistenza ai profughi, diseguaglianze o altro.

In rinforzo alla sua tesi, la Caritas ha ricordato che al 31 dicembre 2021 avevamo 5,6 milioni di individui in povertà assoluta (il più elevato livello dal 2005) e ha aggiunto che questa cifra nel 2022 potrebbe anche raddoppiare.

Non condivido quindi gli sprezzanti commenti alla posizione contiana, e non capisco per quali motivi il suo atteggiamento possa pesare sulla credibilità dei 5S, del governo e dell’asse con il Pd, e proprio la facilità con cui l’azione mediatrice di quest’ultimo partito ha riappacificato il quadro politico, segnala gli eccessi del premier e di gran parte di una stampa fastidiosamente allineata.

Luigi Giovannini

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