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Mestruazioni, mestruazioni, mestruazioni

4 minuti di lettura

Un atteggiamento sano e maturo sarebbe quello di gridare per strada la parola “mestruazioni” fino a che la stessa potesse finalmente smettere di creare imbarazzo tra i passanti. La sfumatura di tabù che ancora circonda questa termine sanitario è una delle più grandi sciocchezze dei nostri tempi. Se la vergogna è alle corde della parola, non parliamo poi di quel vergognosissimo simbolo che è un prodotto igienico femminile.

 

Il giorno in cui mi sono laureata avevo le mestruazioni. La celebrazione è profusa in un lussuoso pranzo in un’altana di Venezia con parenti e amici. L’atmosfera di gioia e festosità è stata bruscamente interrotta da un mio gesto azzardato, quando con nonchalance ho tirato fuori un pacco di assorbenti per prendere uno con me e distribuire un paio a delle amiche nella mia stessa condizione. La loro reazione è stata scioccante. “Cosa ti passa per la testa? Mica puoi far vedere il pacco di assorbenti”. Se la loro reazione è stata d’imbarazzo, la mia risposta è stata la confusione. Soprattutto perché le emozioni causate dal mio gesto aveva scatenato imbarazzato nel genere femminile, lo stesso che a che fare con le mestruazioni in prima persona.

 

La loro spiegazione è stata che “è come se tirassi fuori dei preservativi a tavola con i parenti”. Quindi gli assorbenti nel loro immaginario sono qualcosa di intimo, legati strettamente al pudore. La mia prospettiva, molto meno popolare, è quelle che i tamponi sono alla stregua di cerotti.

 

D’altronde, non hanno forse entrambi la funzione di fermare lo scorrere del sangue. Tristemente, quella giornata non ho convinto le mie amiche a pensare in maniera alternativa. Questo episodio, però, continua a farmi riflettere. Per esempio, negli ultimi tempi, si è tornato a parlare della tampon tax. E da qui la mia domanda: Come possiamo infatti discutere e far rispettare i nostri diritti, se parlare di questi diritti in pubblico ci può fare arrossire?

 

Se le donne non sono capaci di cambiare la mentalità al riguardo “fattore mestruazioni”, non è solo la cultura ad andarci di mezzo, ma anche le nostre tasche.

La tampon tax è l’imposta sul valore aggiunto (iva) applicata su assorbenti, tamponi e coppette mestruali. La Camera dei Deputati ha – alla buon’ora – approvato un emendamento al decreto fiscale che abbasserà l’iva dal 22 al 5 per cento, ma solo per gli assorbenti biodegradabili e compostabili.

 

Questi rappresentano una minima parte dei prodotti in commercio e non sono comunemente usati dalle donne. La decisione, arrivata dopo la bocciatura della proposta di abbassare l’iva al 10 per cento su tutti i prodotti igienici femminili, sembra più dettata da valutazioni ambientali e di sostenibilità che diretta a eliminare una disparità di genere. In Italia l’iva sugli assorbenti femminili è stata introdotta nel 1973 e, come per altri beni e servizi, è cresciuta nel tempo dal 12 al 22 per cento. Come riporta il “Testo unico sull’iva”, il decreto del Presidente della Repubblica numero 633 del 1972, l’aliquota è ridotta al 4, al 5 e al 10 per cento per una serie di beni e servizi elencati nel decreto stesso. Per farsi un’idea, prodotti come il tartufo o i francobolli da collezione hanno un’imposta agevolata al 10 per cento. Sono invece tassati al 4 per cento beni come il latte, gli occhiali, i libri e i manifesti per le campagne elettorali.

 

Ricapitolando, in Italia i prodotti igienici femminili, come anche i pannolini per i neonati, sono sottoposti all’aliquota ordinaria del 22 per cento, perché non sono considerati beni di prima necessità. Come è possibile, se gli assorbenti sono un’esigenza che si ripete ogni mese per ogni donna in un certo limite d’età, non si può non usarli? Una donna, durante il periodo fertile, che dura in media quarant’anni, ha circa 450 cicli mestruali e consuma tra i diecimila e i 14mila assorbenti.

 

Per questo motivo anche altri governi nel mondo, sotto l’impulso di movimenti e associazioni femministe, si stanno muovendo verso la riduzione o l’abolizione della tampon tax con lo scopo di eliminare quella che è stata definita una discriminazione fiscale di genere. Il Canada, per esempio, ha abolito la tassazione nel 2015 a seguito di una petizione presentata al governo. Negli Stati Uniti lo stesso è successo nello stato di New York nel 2016 e poi a seguire in altri sedici stati. Quest’anno in Australia, dopo 18 anni di proteste, si è passati da un’imposta del 10 per cento all’eliminazione della tassa. Il Kenya l’ha abolita dal 2004 e, dopo accese manifestazioni, anche in India l’aliquota del 12 per cento sugli assorbenti è stata completamente eliminata nel luglio del 2018. La Scozia ha avviato un programma di distribuzione gratuita di assorbenti nelle scuole. Anche diversi paesi europei si stanno muovendo verso questa direzione. Secondo una direttiva del Consiglio dell’Unione europea del 2006, gli stati membri possono decidere l’ammontare dell’imposta sul valore aggiunto da applicare su beni e servizi, senza scendere sotto la cifra del 15 per cento.

 

L’aliquota maggiore dell’Unione è applicata dall’Ungheria (27 per cento), quella inferiore dal Lussemburgo (17 per cento). I 28 paesi possono inoltre prevedere due aliquote ridotte che non possono essere inferiori al 5 per cento per un numero limitato di beni, oltre a un tasso “super-ridotto” se preesistente alla direttiva del 2006. Ma negli ultimi anni l’Unione ha discusso la possibilità di concedere maggiore flessibilità ai governi nazionali e di permettere l’eliminazione totale della tassa sui prodotti sanitari, e quindi anche su assorbenti, tamponi, coppette e spugne mestruali. Dal punto di vista fiscale, in dodici stati i prodotti igienici femminili non sono ancora considerati beni di prima di necessità.

 

La questione della tassazione degli assorbenti non può essere letta solo attraverso una lente economica, e viceversa. Oltre la battaglia politica, c’è anche quella culturale. Equiparando i prodotti per le mestruazioni ad altri beni che non sono di prima necessità, come i telefoni o la birra, si manda alla società un messaggio distorto. I prodotti igienici femminili devono essere considerati per quello che sono: beni essenziali la cui spesa inevitabile grava ingiustamente su chi deve usarli. Nella mia costante e testarda guerriglia personale, ora tengo sempre tra le mani in bella vista, un assorbente, quando si tratta di andare in bagno. Se in un ristorante affollato, ancora meglio. E ne vado fiera.

 

N.B. Basato sull’articolo “Perché la tampon tax è un’imposta ingiusta” di Giulia Testa

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