Da gennaio 2018 sono 56 i giornalisti uccisi nel mondo, mentre svolgevano il loro lavoro. Un numero che, secondo Reporters sans frontières, ha già superato il bilancio di tutto il 2017.
Anche se molti dei giornalisti uccisi negli ultimi anni sono morti in zone di guerra, non vale per tutti. Qualche esempio: dodici anni fa la giornalista russa Anna Politkovskaja è stata uccisa nell’ascensore del condominio di Mosca in cui viveva; stava indagando sui crimini russi in Cecenia. L’anno scorso la giornalista maltese Daphne Caruana Galizia è stata uccisa da un’autobomba a Bidnija; stava facendo luce sulla corruzione a Malta. Sette mesi fa il giornalista slovacco Ján Kuciak è stato ucciso a Velká Mača; indagava sui legami tra il governo slovacco e la ’ndrangheta. Quindici giorni fa Jamal Khashoggi, giornalista saudita, è stato ucciso nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul; denunciava i metodi autoritari della famiglia reale saudita.
Come ha scritto Anne Applebaum sul Washington Post tutti queste morti fanno parte dello stesso fenomeno: “Questi omicidi sono la conseguenza dello scontro fra due rivoluzioni del ventunesimo secolo: quella tecnologica, che rende possibile ottenere e diffondere informazioni in modi nuovi, e quella del sistema bancario offshore, che rende possibile rubare e nascondere i soldi in modi nuovi, e poi sfruttarli per mantenere il potere”.
Se prima di internet ai regimi autoritari bastava, almeno nella maggior parte dei casi, la censura o l’esilio per mettere a tacere i giornalisti che davano fastidio, oggi è un’altra storia. Come dimostrano i casi di omicidio, per sbarazzarsi della stampa indipendente bisogna ricorrere prima al discredito e poi, se necessario, all’eliminazione fisica. E proprio perché viviamo immersi in un flusso globale di informazioni, l’uccisione di un singolo giornalista serve a intimidirne tanti altri, non solo in un paese ma in tutto il mondo. D’altra parte, il vantaggio di una comunicazione globale ci permette di discutere apertamente di questi omicidi e con la forza dell’opinione pubblica, non permettere che un altro giornalista venga impunemente ucciso.
Fonte: Internazionale
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