Quando la Chiesa celebra insieme San Simone e San Giuda Taddeo, è come se ci conducesse nelle pieghe più intime dell’anagrafe del Vangelo, là dove la grande storia della Redenzione lascia intravedere anche il volto umano di Cristo e la misteriosa trama delle relazioni che circondarono la sua vita terrena.
ORIENTE. Sono due Apostoli tra i meno conosciuti dal grande pubblico, ma proprio per questo la loro figura possiede una particolare forza spirituale: uomini quasi nascosti nella luce del Maestro, chiamati tuttavia a seguirlo sino alle estreme conseguenze della testimonianza. Il Vangelo li presenta nell’elenco dei Dodici, ma dopo il nome di ciascuno sembra aprirsi una lunga zona d’ombra nella quale la Scrittura tace e la tradizione ecclesiale, attraverso i secoli, ha cercato di custodire la memoria di ciò che accadde dopo la Pasqua.
San Simone è ricordato dagli Evangelisti come “lo Zelota” e “il Cananeo”, mentre San Giuda viene distinto dall’altro Giuda, quello che tradì il Signore, ed è per questo chiamato Taddeo. Proprio l’omonimia fece sì che per lungo tempo la devozione verso Giuda Taddeo fosse oscurata dall’infausta memoria del traditore; eppure la Chiesa ha riconosciuto in lui uno dei più fedeli testimoni del Cristo. Quanto alla sua parentela con Gesù, la tradizione antica lo ha identificato con Giuda, figlio di Cleofa e di Maria, e dunque appartenente alla cerchia familiare del Signore secondo i legami di parentela che la tradizione cristiana ha tramandato; tuttavia le Scritture non consentono di ricostruire con certezza genealogica tutti questi rapporti, ed è opportuno distinguere il dato evangelico dalla successiva tradizione.
Anche per Simone la memoria apostolica è avvolta dal mistero. Il suo nome compare accanto a quello di Giuda Taddeo nell’elenco dei Dodici e questa vicinanza, conservata dalla liturgia e dalla tradizione, diventerà nei secoli quasi il segno di una comune vocazione e di un comune destino. Di Simone sappiamo che appartenne al gruppo degli Apostoli scelti personalmente da Cristo e che era chiamato “lo Zelota”, appellativo che lo distingueva e che forse richiamava il suo precedente fervore religioso e nazionale, benché non sia possibile identificare con certezza la sua appartenenza al movimento politico degli Zeloti.
Dopo la Risurrezione, quando gli Apostoli si dispersero per portare il Vangelo alle genti, la tradizione colloca la missione di Simone in regioni lontane della Palestina e dell’Oriente, mentre Giuda Taddeo viene associato soprattutto alla Siria, alla Mesopotamia e alla Persia. È proprio nelle terre orientali che la tradizione li pone nuovamente insieme, come due voci di una medesima proclamazione: Cristo è il Signore, gli idoli non salvano, il Vangelo non è una filosofia ma una vita nuova, e la fede non è una parola da custodire sulle labbra, bensì una verità per la quale, se necessario, si deve essere disposti a morire.
Qui la storia si intreccia con l’agiografia. Le antiche tradizioni sul loro martirio non sono uniformi nei particolari, ma concordano nel consegnare alla Chiesa l’immagine di due Apostoli che, dopo avere attraversato terre e popoli, giunsero alla testimonianza suprema. La tradizione orientale li associa alla Persia e riferisce che furono condotti davanti agli idoli e invitati ad abbandonare Cristo. Essi non cedettero. Davanti alla potenza apparente degli uomini opposero la forza disarmata della fede; davanti agli idoli opposero il nome di Gesù; davanti alla minaccia della morte opposero la certezza della vita eterna. La tradizione narra quindi che, dopo avere rifiutato di sacrificare alle divinità pagane, furono sottoposti al martirio.
I particolari della loro morte appartengono soprattutto alla tradizione agiografica posteriore, ma il significato spirituale rimane limpido e potentissimo: gli Apostoli non furono uomini che conservarono semplicemente un ricordo di Gesù, furono uomini trasformati dall’incontro con Lui.
Ed è proprio questa la grandezza di Simone e Giuda Taddeo. Essi non furono protagonisti secondo i criteri della storia mondana; non fondarono imperi, non lasciarono monumenti politici, non furono celebrati dai potenti. Furono Apostoli. E nella Chiesa essere Apostolo significa avere ricevuto una verità da annunciare e una vita da consegnare. Il loro martirio è dunque la conclusione naturale di una esistenza nella quale il Cristo aveva progressivamente preso il posto di ogni altra sicurezza.
Simone, lo Zelota, e Giuda, il fedele, ci ricordano che la santità non consiste nell’essere conosciuti dagli uomini, ma nell’essere riconosciuti da Dio. Essi appartengono a quella schiera di santi il cui nome sembra quasi scomparire dalle cronache del mondo, mentre rimane inciso indelebilmente nel cuore della Chiesa. Le loro reliquie sono oggi venerate nella Basilica di San Pietro, presso la tomba dell’Apostolo al quale Cristo affidò le chiavi del Regno, quasi a ricomporre nella stessa casa la memoria di coloro che furono inviati sino ai confini della terra.
Simone e Giuda Taddeo sono, così, due Apostoli dell’ombra luminosa: uomini che non hanno avuto bisogno di essere grandi agli occhi del mondo perché la loro grandezza era già tutta racchiusa in una fedeltà senza compromessi. E forse è proprio questa la lezione più severa e più bella che ci consegnano: nella vita cristiana non conta quanto grande sia il nostro nome, quanto numerosi siano coloro che ci ricordano o quanto spazio occupiamo nella storia degli uomini; conta se, quando arriva l’ora della prova, siamo ancora capaci di pronunciare il nome di Cristo con la stessa fede con cui lo abbiamo pronunciato nei giorni della consolazione. Perché l’Apostolo autentico non è colui che viene semplicemente ricordato dalla storia, ma colui che, avendo incontrato Cristo, non Lo rinnega neppure davanti alla morte. E quando tutto ciò che è terreno cade, rimane soltanto questa certezza: chi perde la propria vita per Cristo non scompare, ma entra nella memoria eterna di Dio.
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