Se applicato agli studenti che non conoscono l’italiano e accompagnato da un vero potenziamento dell’insegnamento della lingua, il limite può evitare la formazione di classi troppo omogenee e favorire proprio ciò che la scuola dovrebbe garantire: la piena partecipazione alla società italiana.
ITALIA. C’è un paradosso nel dibattito sul tetto agli studenti stranieri nelle classi: una misura presentata come strumento per evitare la formazione delle cosiddette “scuole ghetto” viene descritta da una parte del dibattito pubblico come una misura di esclusione.
Il punto, tuttavia, merita di essere osservato con maggiore attenzione e senza fermarsi alla parola “tetto”.
Il provvedimento riguarda soprattutto gli studenti stranieri che non possiedono una sufficiente conoscenza della lingua italiana. La questione, dunque, non dovrebbe essere affrontata semplicemente come una contrapposizione tra italiani e stranieri.
La domanda vera è un’altra: come si costruisce una scuola nella quale chi arriva da un altro Paese possa imparare rapidamente la lingua, conoscere i propri compagni e diventare parte della comunità?
L’italiano è la prima chiave dell’integrazione
Partiamo da un principio elementare: per integrarsi in una società bisogna poter comunicare con chi ne fa parte.
La lingua non è soltanto una materia scolastica. È lo strumento con cui un bambino fa amicizia, comprende ciò che gli viene spiegato, chiede aiuto, partecipa a un gioco, racconta un’esperienza, discute con un compagno. È il mezzo attraverso il quale entra progressivamente in una comunità.
Per questa ragione, favorire l’apprendimento dell’italiano dovrebbe essere considerato una delle più importanti politiche di integrazione.
Se in una classe si concentra un numero molto elevato di bambini che non conoscono la lingua, il rischio è che la comunicazione quotidiana avvenga prevalentemente all’interno di gruppi linguistici omogenei. Non per cattiva volontà, ma per una ragione molto semplice: quando non si conosce una lingua, viene spontaneo utilizzare quella che si conosce.
Il risultato può essere una contraddizione: ragazzi arrivati in Italia per costruire il proprio futuro rischiano di trascorrere gran parte della giornata scolastica senza avere sufficienti occasioni per esercitare proprio la lingua che dovrebbero imparare.
Distribuire maggiormente gli studenti, invece, può creare più occasioni di confronto con coetanei italiani e con altri ragazzi stranieri già integrati linguisticamente.
Non significa chiedere a qualcuno di rinunciare alla propria lingua. Significa offrirgli una lingua comune in più.
Non tutti gli studenti stranieri sono nella stessa situazione
Un altro elemento fondamentale riguarda la distinzione tra cittadinanza e conoscenza della lingua.
Un ragazzo nato in Italia, o arrivato da bambino, che ha frequentato per anni la scuola italiana e parla perfettamente italiano, non si trova nella stessa condizione di un adolescente arrivato da pochi mesi che non riesce ancora a comprendere una lezione.
Il problema, quindi, non è la provenienza geografica dello studente, ma la sua possibilità concreta di partecipare alla vita scolastica.
La scuola non dovrebbe chiedere da dove vieni prima di chiederti se sei in grado di capire ciò che accade in classe.
Una classe equilibrata aiuta tutti
La discussione viene spesso impostata come se esistesse un’alternativa tra integrazione e distribuzione degli studenti. Non è necessariamente così.
Una classe nella quale tutti riescono a comunicare, partecipare e seguire le lezioni può essere una risorsa sia per chi arriva da un altro Paese sia per chi è nato in Italia.
Una scuola realmente inclusiva non è quella nella quale gruppi diversi vengono semplicemente collocati nello stesso sistema. È quella nella quale gli studenti entrano effettivamente in relazione gli uni con gli altri. La differenza è sostanziale.
Il rischio di confondere inclusione e concentrazione
Per anni abbiamo utilizzato la parola inclusione come se significasse necessariamente mettere insieme tutti, sempre e comunque.
L’inclusione, invece, dovrebbe produrre partecipazione. Se una scuola arriva a concentrare una percentuale molto elevata di studenti che hanno difficoltà linguistiche, occorre domandarsi se quella situazione stia realmente favorendo l’integrazione oppure se stia creando una nuova forma di separazione.
La concentrazione può infatti alimentare un circuito involontario: molti bambini con le stesse difficoltà linguistiche vengono inseriti nello stesso ambiente; utilizzano prevalentemente la propria lingua; hanno meno occasioni di parlare italiano con i coetanei; il percorso di apprendimento può diventare più lento; la scuola fatica maggiormente a gestire il livello linguistico della classe.
In questo scenario, il limite non dovrebbe essere visto come un muro, ma come un argine alla concentrazione. La finalità dovrebbe essere esattamente opposta alla ghettizzazione: impedire che determinati gruppi rimangano isolati.
Naturalmente il tetto da solo non risolve nulla
Qui si trova il vero punto critico. Distribuire gli studenti senza mettere a disposizione strumenti adeguati non sarebbe sufficiente.
Se un bambino non conosce l’italiano, occorrono insegnanti formati, ore aggiuntive, corsi di alfabetizzazione, mediatori quando necessari e un rapporto costante con la famiglia.
Il tetto può distribuire il problema. L’insegnamento della lingua deve risolverlo. Le due cose, per essere realmente efficaci, devono procedere insieme.
Integrare non significa cancellare le proprie origini
C’è poi un equivoco culturale che sarebbe bene superare. Imparare l’italiano non significa diventare meno legati alla propria cultura, alle proprie tradizioni o alla propria lingua familiare.
Significa semplicemente acquisire lo strumento necessario per vivere pienamente nel Paese nel quale si abita.
Una persona può conservare la propria lingua familiare, la propria cultura, le proprie tradizioni e contemporaneamente parlare perfettamente italiano.
Anzi, la conoscenza dell’italiano rende più forte la possibilità di partecipare alla società senza rinunciare alla propria identità.
La scuola dovrebbe essere proprio il luogo nel quale queste due dimensioni si incontrano.
Il vero obiettivo dovrebbe essere una scuola senza ghetti
La polemica politica attorno al provvedimento è destinata probabilmente a proseguire. La questione merita però di essere sottratta, almeno per quanto possibile, alla logica degli slogan.
Il principio da cui partire è semplice: nessun bambino dovrebbe essere penalizzato perché straniero e nessun bambino dovrebbe essere lasciato ai margini perché non conosce la lingua italiana.
Una distribuzione più equilibrata degli studenti che hanno difficoltà linguistiche può essere uno degli strumenti per raggiungere questo obiettivo. Non basta, certamente. Può però avere una logica precisa: creare classi nelle quali aumentino le occasioni di comunicazione, confronto e apprendimento reciproco.
L’integrazione non si realizza semplicemente mettendo persone diverse nella stessa stanza. Si realizza quando quelle persone riescono a parlarsi, a capirsi e a costruire qualcosa insieme.
Per un bambino appena arrivato in Italia, imparare bene l’italiano significa poter fare esattamente questo.
Per questa ragione, un tetto pensato non contro gli stranieri, ma contro la concentrazione di chi non conosce la lingua, può essere letto anche da una prospettiva diversa da quella dell’esclusione: come uno strumento per evitare che l’inclusione rimanga soltanto una parola e diventi invece un percorso concreto verso la piena partecipazione alla società italiana.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
