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Chi emigra non torna indietro

2 minuti di lettura

Ne sono convinto e vi dirò perché. Recentemente ho rivisto un collega psichiatra con cui condivisi gli anni della specializzazione a Pisa. Mi confidò che, al mio arrivo in Clinica, tutti si domandavano: “Cosa ci fa un romano a Pisa?”. Diffidenza o curiosità? Forse entrambe. Eppure, io percepii solo una curiosità buona, che mi permise di trasformare quegli anni in un bagaglio di esperienze ancora oggi per la professione e per la vita

ITALIA. A chi mi chiede perché lasciai Roma poco più che ventenne, invento scuse divertenti. Ma la verità è muta: me ne andai perché volevo andarmene. Punto. Sono tornato a Roma molte volte, ma sempre da ospite di passaggio. La mia patria era ormai altrove.

In un saggio di commento all’Eneide, Papa Francesco si sofferma sul momento in cui Enea fugge da Troia in fiamme. È un’immagine plastica della condizione umana: il padre Anchise sulle spalle e il figlio Ascanio per mano. In quel passo c’è l’obbligo di guardare contemporaneamente al passato e al futuro. Nel caos della fuga, Enea perde la moglie Creusa. Quando si volta, lei non c’è più. In quel momento, l’eroe perde il presente. Non gli resta che avanzare verso un destino ignoto, sorretto dalla memoria di ciò che è stato e dalla responsabilità di ciò che sarà.

Questa è la parabola di ogni migrante. Chi va via non vuole tornare, anche quando potrebbe. E se lo fa, si scontra con l’illusione di ritrovare ciò che ha lasciato: ma le persone sono cambiate e i luoghi sono sbiaditi. Eppure, se le cose e le persone viventi non ci sono più, le emozioni restano. Sono l’unica cosa che non subisce l’erosione del tempo; restano intatte come radici sospese nell’aria, pronte a nutrire la nuova vita altrove.

La storia è piena di questi strappi definitivi. Abramo partì per l’ignoto seguendo una voce nel vento. Quando il Re di Persia concesse agli ebrei esiliati di tornare a Gerusalemme, per incoraggiare a farlo promise denaro per la costruzione di un Tempio grandioso dedicato al loro unico Dio. Fu un antico esempio di “remigrazione”. Ma non bastò a convincere tutti. Molti restarono. 

Il concetto di remigrazione — progetto oggi presentato come ragionevole e politicamente corretto — si scontra con una resistenza che non è economica, ma esistenziale. Il desiderio di radicamento, una volta attecchito, prevale su ogni calcolo. Non si può tornare indietro perché non siamo più gli stessi. Possiamo davvero pensare di strapiantare l’acero giapponese del nostro giardino e pretendere che torni a essere un albero del Giappone?

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