Vi è una sapienza che non si conquista con la sottigliezza delle scuole, ma si riceve come fuoco che discende dall’alto e consuma senza distruggere. Tale sapienza è il martirio, e tale fu la vita, o meglio, la gloriosa consumazione del beato Castore. E se il suo nome giunge a noi come eco lontana, ciò non ne diminuisce la gloria, ma anzi la purifica; giacché quanto meno è contaminato dalle mani degli uomini, tanto più appare scritto dalla mano di Dio.
Nella regione che gli antichi chiamavano Cilicia, tra vie percorse da mercanti e da eserciti, sorgeva Tarso, città ricca di cultura e di traffici, crocevia di pensieri e di idolatrie. In quella stessa terra che aveva dato i natali a San Paolo Apostolo, il Signore volle suscitare, nel silenzio e nell’umiltà, un altro testimone della sua luce. Non tra i potenti, non tra gli oratori celebri, ma tra coloro che il mondo non nota e non registra, germogliò Castore, come seme nascosto sotto la terra, destinato a morire per portare frutto.
Nulla sappiamo della sua stirpe, nulla dei suoi anni giovanili, nulla dei suoi maestri secondo la carne; e tuttavia tutto possiamo intuire, poiché la grazia segue vie che, pur invisibili, lasciano tracce nella vita degli eletti. Fu uomo di silenzio prima che di parola, di ascolto prima che di annuncio. Non cercò la fede come un oggetto da possedere, ma si lasciò trovare da essa come da una presenza che chiama e trasforma.
E quando la verità lo raggiunse, non rimase esterna a lui, ma penetrò come spada a doppio taglio, dividendo in lui ciò che era terreno da ciò che era eterno. Così iniziò quella lenta e inesorabile trasfigurazione per cui l’uomo vecchio si consuma e quello nuovo prende forma. Castore comprese che non si può servire Cristo a metà, né seguirlo senza portare la croce.
E perciò, senza clamore e senza ostentazione, iniziò a vivere come chi appartiene già a un altro regno. In mezzo a una città rumorosa e dispersa, egli divenne presenza raccolta e luminosa. Non predicava nelle piazze con discorsi altisonanti, ma la sua stessa vita era parola. Chi lo incontrava percepiva in lui qualcosa che non si poteva spiegare: una pace non derivata dalle circostanze, una forza che non nasceva dalla volontà, una libertà che non dipendeva da alcun potere umano.
E quando gli veniva chiesto il motivo di tale differenza, egli non esitava a confessare il nome di Cristo, non come dottrina appresa, ma come realtà vissuta. Molti si stupivano, alcuni si avvicinavano, altri si allontanavano; ma nessuno rimaneva indifferente, perché la verità, quando è autentica, non lascia mai l’uomo nello stesso stato in cui lo trova.
Ma giunse il tempo in cui la pace apparente fu spezzata. Come accade sempre nella storia della Chiesa, ciò che cresce nella verità suscita l’opposizione della menzogna. Le autorità, timorose di perdere il controllo su un popolo inquieto, iniziarono a guardare con sospetto coloro che non si piegavano ai riti pubblici. E tra questi, Castore fu segnalato come uno che non sacrificava agli dèi, che rifiutava di riconoscere l’autorità religiosa dell’impero, che proclamava un unico Signore.
Fu allora che la macchina della persecuzione, fredda e implacabile, si mise in moto. Castore fu condotto davanti ai giudici, uomini abituati a piegare le volontà e a spezzare le resistenze. Gli fu chiesto di abiurare, di offrire incenso, di compiere un gesto che avrebbe salvato la sua vita. Ma egli, con fermezza serena, rispose: “Non posso negare Colui che mi ha dato la vita. Non posso adorare ciò che è opera delle mani degli uomini. Non posso temere chi passa, quando appartengo a Colui che resta”.
Queste parole, semplici eppure assolute, furono percepite come una sfida. Poiché nulla irrita il potere quanto la presenza di una coscienza che non si lascia dominare. Fu dunque consegnato ai carnefici, affinché ciò che non si piegava con le parole fosse spezzato con il dolore.
Le sue membra furono percosse, la sua carne lacerata, il suo corpo esposto all’umiliazione. Ma ciò che si voleva distruggere si rivelò indistruttibile. Perché ogni ferita diventava luce, ogni colpo testimoniava una forza che non proveniva da lui. E mentre il suo sangue scendeva sulla terra, sembrava salire al cielo come offerta pura. I presenti, vedendo tale fermezza, si dividevano: alcuni ridevano, altri tremavano, altri ancora, nel segreto del cuore, iniziavano a interrogarsi.
Alla fine, vedendo che nulla poteva piegarlo, i giudici pronunciarono la sentenza di morte. Fu un atto giuridico secondo la legge degli uomini, ma un atto liturgico secondo la sapienza di Dio. Poiché in quel momento si compiva un’offerta, si celebrava un sacrificio, si preparava una gloria.
Condotto al luogo del supplizio, Castore avanzò senza esitazione. Non vi era in lui traccia di disperazione, ma una pace che superava ogni comprensione. E giunto al termine, elevò la sua preghiera: “Signore Gesù Cristo, Tu che hai vinto la morte, accogli il tuo servo. Non guardare alla mia debolezza, ma alla tua fedeltà. Ricevi ciò che Tu stesso hai donato”.
E quando la spada pose fine alla sua vita terrena, iniziò la sua vita eterna. Così Castore entrò nella schiera dei martiri, unendosi a quella moltitudine che nessuno può contare, ma che Dio conosce per nome. Il suo ricordo, pur non accompagnato da grandi narrazioni, fu custodito nella memoria della Chiesa e trasmesso nel Martirologio Geronimiano, segno che la sua testimonianza non fu dimenticata.
E ancora oggi la sua voce, silenziosa e potente, proclama: ciò che è donato a Dio non si perde, ciò che è offerto per amore non muore, ciò che è vissuto nella verità risplende per sempre.
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