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20 settembre: memoria di guerra e riflessione sulla pace

2 minuti di lettura

20 settembre: 600.000 soldati da ricordare. Internati, dimenticati, resistenti senza armi. Una memoria che chiede pace, non oblio

ITALIA – Il 20 settembre non segna soltanto l’inizio dell’autunno. È una data che custodisce un ricordo spesso dimenticato: quello dei più di 600.000 soldati italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 e internati dai tedeschi. Per loro la guerra non finì con l’armistizio: seguirono due anni di prigionia, di umiliazioni e di fatica forzata, spesso neppure riconosciuti come prigionieri di guerra, ma ridotti a semplici lavoratori coatti per sostenere lo sforzo bellico nazista.

Molti di quei soldati furono costretti ad arrendersi, altri combatterono fino all’ultimo e vennero uccisi, considerati traditori. Alcuni si unirono ai partigiani in Italia, in Grecia, in Albania o nell’ex Jugoslavia, contribuendo a una resistenza che non fu solo militare, ma anche morale. È una pagina di storia che racconta dignità, sofferenza e sacrificio, e che merita di essere ricordata oggi, in un tempo in cui la parola “guerra” torna purtroppo ad abitare l’attualità.

Perché ricordare? Perché fermarsi a riflettere? Forse per provare a rispondere alla domanda che da sempre accompagna l’umanità: perché la guerra?. Su questo interrogativo si confrontarono due giganti del Novecento, Freud ed Einstein. Freud, pessimista, riteneva la guerra inevitabile, inscritta nella natura umana. Einstein, invece, la vedeva come un bubbone da estirpare, un male assoluto da combattere, privo di qualsiasi giustificazione.

La storia sembra dare ragione ad entrambi. Dall’Iliade in poi, la guerra viene raccontata come ineluttabile, ma sempre accompagnata da dolore e distruzione. Eppure, accanto all’orrore, la storia consegna anche tentativi di umanizzazione: basti pensare a Henri Dunant, che a Solferino nel 1859 fu testimone diretto di un massacro e, da quella visione, concepì l’idea della Croce Rossa. Vide donne soccorrere i feriti di entrambi gli schieramenti e comprese che anche in guerra, se proprio deve esistere, devono valere delle regole: il nemico ferito va curato, il prigioniero va rispettato, la dignità umana non può mai essere cancellata. Da questa intuizione nacquero le Convenzioni di Ginevra, e con esse il diritto internazionale umanitario.

Eppure, il paradosso resta intatto: regolamentare la guerra significa riconoscerne la necessità, ma la guerra in sé rimane un crimine, un’offesa contro l’umanità stessa. Parlare di “crimini di guerra” è quasi un ossimoro: la guerra, di per sé, è il crimine più grande.

Il 20 settembre ci ricorda allora che la guerra non è fatta solo di battaglie, ma anche di uomini dimenticati, di soldati che non volevano più combattere e che furono costretti a farlo comunque, senza armi, nelle fabbriche, nei campi, nelle baracche. Uomini che pagarono con due anni di vita la fine illusoria di una guerra che, per loro, non finì mai.

Ricordarli significa non solo onorarne la memoria, ma anche interrogarci, ancora una volta, sul perché dell’assurdo eterno che chiamiamo guerra.

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