In memoria di un giovane amico ho sentito il dovere di citare la poesia di un grande poeta del Novecento, Rainer Maria Rilke, quando si rivolge alla morte di un suo conoscente, una persona a lui cara, che si suicida. In quel discorso poetico Rilke traccia una differenza importante tra il non voler vivere e il morire: il morire è una realtà necessaria, il non voler vivere invece diventa una scelta penosa.
La vicenda che ci colpisce è quella di un giovane di quindici anni che, poco prima dell’inizio dell’anno scolastico, si toglie la vita. Si uccide perché non vuole più essere oggetto di bullismo, si uccide quindi per difendersi dalla malvagità dei suoi compagni.
Il fenomeno del bullismo va considerato da un punto di vista psicologico e psicosociale. Esso rappresenta una pratica sadica: il sadismo è quella condizione che permette ad alcuni individui di trovare piacere nel vedere soffrire gli altri. Il bullismo è appunto questo: un piacere perverso che si realizza nella sofferenza di chi appare più debole.
La psicologia generale ci insegna che il sadismo fa parte, in certa misura, dello sviluppo dell’individuo. Noi non nasciamo individui: lo diventiamo attraverso un percorso complesso, fatto di fasi e di passaggi, spesso dolorosi, per giungere all’età adulta. In questo processo si comprende che il mondo non è lì per noi, ma va conquistato. Tuttavia, il sadismo, da fase transitoria dello sviluppo, può trasformarsi in pratica perversa e malvagia, che porta la vittima, soprattutto se fragile, alla disperazione, fino alla scelta più estrema.
Freud definisce il sadismo come una manifestazione dell’istinto di morte, contrapposto all’istinto di vita alimentato dalla libido. Se da un lato il desiderio di vivere sostiene la vita stessa, dall’altro vi è sempre la corsa verso la morte, che può assumere forme distruttive e dolorose.
In questo contesto la poesia di Rilke diventa esempio di come l’arte riesca a cogliere il lato oscuro dell’essere umano, ma anche a trasformarlo in occasione di riflessione e resistenza.
Resistere, infatti, è la parola chiave: resistere alla malvagità degli altri, resistere al dolore, resistere per superare la fragilità con il coraggio. Vivere nonostante tutto, anche quando gli altri non ci accettano per come siamo, è il vero atto di forza.
Come scrive Rainer Maria Rilke:
“Forse non è vittoria questa: resistere? Resistere è tutto.”
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