La storia di un padre ed un figlio rifugiati
Sempre nell’ambito del viaggio umanitario “Ai confini dell’Europa”organizzato da Rete Pace dal 24 al 30 aprile in un liceo di Budapest è avvenuto un incontro emozionante con un regista iraniano, Abouzar Soltani, rifugiato politico, la cui storia è divenuta famosa, ed addirittura uno spettacolo teatrale, grazie ad un cortometraggio di tre minuti , che ha filmato con il cellulare sulla vita che suo figlio e gli altri bambini vivevano nel campo di rifugiati, che ha vinto anche un premio in un festival internazionale in Canada, intitolato “Fish”, ma anche proiettato ai festival del cinema di Budapest e Bratislava.
Lo shortmovie è così intitolato per due motivi: uno perché lui e suo figlio Armin (ora 12 ma che è partito a soli 5 anni con il padre per cercare una nuova vita) si sentivano “come pesci in un acquario”. Infatti il bambino dipinge sul vetro del suo container ( 6 metri per 4) un pesce d’acquario che alla fine raggiunge l’oceano, che in qualche modo nascondono i muri di recinzione dei reticolati che li circondano e che fa nascere in lui la speranza di una vita migliore.
Le riprese continuano con alcuni momenti in cui suo figlio (in realtà erano presenti altri bambini, ma i loro genitori non hanno acconsentito a farli riprenderli, temendo ripercussioni sulla loro detenzione) lancia degli aereoplanini di carta sopra la rete che circonda il campo.
Un desiderio di evasione, che si realizzerà quando finalmente potranno uscire dopo 553 giorni da un’area ad alta sicurezza della zona di transito, dove è stato ripetutamente detto loro di tornare in Serbia o in Iran. Il ragazzo in questa situazione di insicurezza si è aggrappato al suo giocattolo preferito di Sponge Bob, che lo accompagnerà anche nello spettacolo teatrale, dove si racconta l’ esperienza di lui e suo padre.
Abouzar racconta che Il governo ungherese ha chiamato “campo” la zona di transito, ma in realtà era una prigione. Muri, recinzioni, filo spinato e agenti di polizia ovunque. Niente erba, niente alberi; solo pietra, cemento e metallo.
La scena finale del corto è emozionantissima, perché si vede il ragazzo che, anziché essere dietro una rete, è fuori da dei campi da calcio, che sono protetti da una recinzione. Ecco come è vedere il mondo da tutta un’altra prospettiva.
Dopo la visione del cortometraggio, iniziano le domande a cui lui risponde con grande disponibilità.
Innanzi tutto ci racconta della sua partenza e perché ha scelto di viaggiare via terra. Aveva letto spesso sui giornali di persone annegate in mare; così già in Iran aveva deciso che sarebbero andati via terra, anche se i i trafficanti cercano di vendere ad Abouzar il viaggio attraverso varie rotte marittime e terrestri per fuggire alla persecuzione religiosa in Iran.
Si informò allora su quanto sarebbe durato il viaggio via terra. Il trafficante allora gli disse che il percorso fino all’Austria sarebbe durato quattro giorni. In realtà, il viaggio dalla Turchia è durato settimane e Abouzar e Armin hanno passato due anni in Serbia, aspettando di entrare legalmente in Ungheria. E poi c’è la parentesi del campo della zona di transito in Ungheria, dove è stato girato lo shortmovie “Fish”, che simboleggia anche la profonda fede cristiana di Abouzar. in quanto il pesce era uno dei primi simboli del cristianesimo.
Sostenuti dalla chiesa battista, Abouzar e Armin ora vivono in un appartamento nella città occidentale di Győr, vicino al centro per rifugiati dove sono andati dopo aver lasciato la zona di transito. Armin, che ora ha 12 anni, va a scuola e lui come rifugiato può lavorare.
Abouzar parla di un senso di rinascita. “Una stanza normale, con altezza e finestre normali. Quando siamo stati liberati, ho allungato le braccia per sentire lo spazio. Finalmente possiamo respirare”.
Resta da chiedersi perché abbiano scelto di restare in Ungheria dopo la loro straziante esperienza.
Una ragione, dice Abouzar, è stato l’aiuto che hanno ricevuto quando avevano toccato il fondo, dai cristiani ungheresi, dalla ONG locale il Comitato Helsinki Ungherese e dal personale dell’ufficio dell’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) a Szeged che li ha visitati.
“Ci hanno mostrato che l’Ungheria ha un altro volto”. Infatti vi è la situazione politica molto penalizzante per gli immigrati, ma ci sono le persone , che hanno un atteggiamento totalmente diverso.
E anche se la zona di transito ha rubato un anno e mezzo della vita di suo figlio, Abouzar è incline a vedere il suo tempo lì come una redenzione.
Descrive infatti come la sua sofferenza lo ha reso più tollerante. “Più grande era la pressione, più ci avvicinava agli altri [nella zona]. Ho cominciato ad essere grato di vivere con afghani, curdi e iracheni, contro i quali prima avevo dei pregiudizi. Agli occhi di Dio, siamo tutti uguali”.
Una storia difficile, che si è conclusa bene, dimostrando anche come la speranza tiene in vita e il ruolo che l’arte ha in questo come mezzo di espressione in una situazione di disagio.
Infatti l’esperienza di lui e suo figlio sono divenuti uno spettacolo teatrale ed un cortometraggio pluripremiato.
Ma la domanda che si fa Abouzar : “ Chi sarà il prossimo ad uscire dal campo?”
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