Gli Stati Uniti e l’Ucraina trattano un cessate il fuoco con la Russia, ma le posizioni restano distanti. Mosca parla di negoziati difficili, mentre Washington spera in progressi concreti
UCRAINA. Steve Witkoff, il negoziatore di Washington, si dice fiducioso che Vladimir Putin voglia davvero la pace. Peccato che la cronaca sul campo racconti una storia ben diversa: droni in volo, villaggi contesi e bombardamenti incessanti.
La speranza di una tregua è un balsamo per i diplomatici e un incubo per i realisti. I colloqui in Arabia Saudita mirano a costruire un cessate il fuoco, almeno per le infrastrutture energetiche e il Mar Nero. Ma l’entusiasmo americano si scontra con la glaciale prudenza del Cremlino: “Difficili negoziati ci attendono”, avverte Dmitry Peskov, sottolineando che siamo solo all’inizio. Una frase che in gergo russo significa: “Andremo avanti finché ci conviene”.
Il quadro diventa ancora più surreale quando Witkoff, senza alcuna esitazione, ripete alcune delle classiche narrazioni del Cremlino: i referendum farsa del 2022 sarebbero una manifestazione della volontà popolare, le regioni occupate sarebbero ormai “de facto” russe e, soprattutto, Putin non avrebbe alcun interesse ad annettere il resto dell’Ucraina. Lo dice come se fosse un dato di fatto, ignorando le numerose volte in cui il presidente russo ha negato l’esistenza stessa di un’identità ucraina indipendente.
Senza nemmeno rendersene conto, Witkoff si fa megafono di un pensiero che risuona da Mosca a certi circoli occidentali: la guerra può essere risolta accettando la spartizione dell’Ucraina. Il problema? Questa soluzione, oltre a violare il diritto internazionale, ignora il principio base della diplomazia: non si fa la pace concedendo al vincitore i frutti dell’aggressione.
Nel frattempo, il fronte non tace. Mosca continua a colpire le città ucraine con centinaia di droni, Kyiv risponde con attacchi mirati. E mentre si discute di trattative, a Rostov un civile russo viene ucciso da un attacco ucraino. Nessuna delle due parti sembra davvero convinta di fermarsi.
Witkoff insiste che i russi “hanno già ottenuto ciò che volevano”. Ma la storia insegna che i regimi autoritari non si accontentano mai. La questione non è se Putin voglia tutta l’Ucraina, ma se l’Occidente sia disposto a sacrificare il principio di sovranità per un accordo temporaneo. E su questo, la risposta russa è già scritta tra le righe: “siamo solo all’inizio”.
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