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Maternità surrogata: un tabù finalmente infranto, ma da chi?

2 minuti di lettura

Via libera dal Senato al Ddl, già approvato dalla Camera senza modifiche, contro la maternità surrogata compiuta all’estero da cittadini italiani

ROMA. La recente criminalizzazione della maternità surrogata, anche se praticata all’estero, ha messo in luce un nodo cruciale che attraversa sensibilità politiche e sociali diverse. Da un lato, si è celebrato il traguardo di una legislazione che, almeno per alcuni, sembra proteggere la dignità delle donne da una mercificazione del loro corpo. Dall’altro, però, sorge un paradosso non trascurabile: questa battaglia, una volta cara alla sinistra femminista, è stata portata avanti dalla destra conservatrice.

Cristina Gramolini e Aurelio Mancuso, figure di rilievo rispettivamente per ArciLesbica e Equality Italia, lo dicono chiaramente: “Ci dispiace che sia stata la destra a farlo, ma siamo contenti”. Una frase che colpisce, e non poco. E come non riconoscere il loro punto? In un momento storico in cui il progresso sembrava implicare sempre e comunque l’ampliamento delle scelte individuali, qualcuno si è fermato a chiedersi quale sia il vero costo di quella libertà.

La maternità surrogata, chiamata da molti eufemisticamente “gestazione per altri,” è stata spesso presentata come un atto altruistico, un accordo fra adulti consenzienti. Ma possiamo davvero ignorare il fatto che, più spesso di quanto si ammetta, dietro questo accordo ci sia un forte squilibrio economico e sociale? La surrogata non è quasi mai una donna ricca e benestante; è una donna in difficoltà, che spesso cede il proprio corpo a una dinamica di potere mascherata da altruismo.

Quindi sì, è giusto riconoscere che questa pratica riduce le donne a “macchine per la riproduzione”, come sottolineano gli esponenti di ArciLesbica. È giusto chiedersi se non ci sia un’altra via per chi desidera disperatamente un figlio. Ma ciò che lascia l’amaro in bocca è la constatazione che questa consapevolezza sia oggi rivendicata da una parte politica che, storicamente, non ha esattamente brillato per la difesa dei diritti delle donne.

E la sinistra? Che sinistra è, per usare le parole pungenti di Gramolini, quella che si è persa lungo la strada, smarrendo una visione chiara dei diritti femminili? La stessa sinistra che ha sempre parlato di sfruttamento, oggi sembra chiudere un occhio quando il corpo femminile diventa terreno di negoziazione.

L’adozione e l’affido restano opzioni aperte per chi non può avere figli, etero o omosessuali che siano. Ed è qui che la riflessione diventa più profonda: abbiamo forse confuso il desiderio con il diritto? Il desiderio di avere un figlio, per quanto legittimo, può giustificare il ricorso a una pratica che mette a repentaglio la salute, mentale e fisica, e la dignità di altre donne?

La risposta della destra politica, almeno su questo fronte, è stata chiara e netta. Quella della sinistra, ancora sfumata, rischia di suonare come un inquietante silenzio.

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