Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
«Sei mesi di vita… otto al massimo, se siamo fortunati…».
Coi referti delle analisi in mano, il dottor Bini leggeva la sentenza di morte parlando al plurale…
Ma quella diagnosi riguardava solo lui!
E poi cosa significava “se siamo fortunati”…? Fortunati di campare qualche mese in più? Tra atroci sofferenze e con una decina di aghi nelle braccia?
Mentre il medico continuava a spiegare, usando termini di difficile comprensione alternati a parole di inutile conforto, lui si era sentito addosso il peso del mondo. Poi aveva cominciato a fare i calcoli di quanto, in “soldoni”, gli restava da vivere… Sei mesi… centottanta giorni… meno due del mese di febbraio… più tre dei mesi di marzo, maggio e luglio… totale centottantuno giorni di vita. Pochi a soli quarant’anni… pochissimi… E sui due mesi in più del “se siamo fortunati” non c’era da fare affidamento: lui non era mai stato fortunato… e in quel periodo, vista la diagnosi, meno del solito.
E pensare che si era rivolto al medico solo per un dolorino allo stomaco. “Ho esagerato col cibo spazzatura”, era stato il suo sospetto… del resto, da quando sua madre era morta, aveva spesso mangiato “alla bastarda”: precotti, surgelati, scatolame… E, nella sua ingenuità, aveva addirittura pensato che, per rimettersi in forma, qualche giorno di risposo per malattia se lo sarebbe meritato, lui che al lavoro non aveva mai preso neanche due ore di permesso e che aveva ancora un sacco di ferie arretrate.
Che stupida leggerezza aveva commesso… Nella società moderna il “male brutto” è all’ordine del giorno… come aveva fatto a non immaginarlo? E infatti le analisi, prescritte “solo per scrupolo”, avevano sputato una sentenza che non lasciava scampo.
Si ricordò una frase che sua madre ripeteva amaramente: le cose belle si fanno da giovani, altrimenti i “poi” diventano “mai”… Sua madre che, rimasta vedova presto, aveva lavorato come un mulo tutta la vita e poi se n’era andata senza fare cose belle né da giovane né dopo…
E lui? Cosa aveva fatto di bello, lui? Niente! Sempre attaccato alle gonne della genitrice che, con la scusa che ormai era diventato l’uomo di casa, non l’aveva lasciato libero di vivere la sua vita. E ora non aveva niente: non aveva una moglie, una compagna… non aveva figli… non aveva viaggiato… non aveva passioni… non aveva amici ma al massimo conoscenti… non si era laureato perché, dopo il diploma, era andato subito a lavorare, che un posto fisso alle Poste non si rifiuta!
Una vita inutile, la sua! Non c’era da stupirsi che il destino avesse deciso di interromperla presto.
Ma non era ancora finita: gli restavano centoottantuno giorni!
Da quel numero sarebbe cominciato il conto alla rovescia della sua nuova vita. L’aveva deciso appena uscito dall’asettico ambulatorio dove il medico l’aveva salutato allargando le braccia in segno di resa dopo aver ascoltato il suo rifiuto verso cure che al massimo avrebbero prolungato l’agonia.
Perché, davanti a un destino tanto crudele, le scelte erano due: o lasciare che il peso della malattia lo schiacciasse prima ancora di morire, o prendere tutto con (incosciente?, stolta?, assurda?) leggerezza.
E lui, con la scelta di non sprecare quel po’ che gli restava in ulteriori esami medici, cure e “soggiorni forzati” in ospedale, si era sentito leggero. Leggerissimo. Come non lo era mai stato!
E ormai non aveva niente da perdere e non avrebbe lasciato dietro di sé rimpianti, rimorsi, persone che avrebbero sofferto per lui…
Così si era licenziato senza dare né preavviso né spiegazioni, ed era partito per un viaggio privo di mete precise e prestabilite. Un giorno qui e un giorno là… E la sua esistenza aveva preso quella svolta che prima non aveva mai neppure osato immaginare.
Buffa la vita, anche quando sta per finire!
I giorni contati all’indietro… 181… 180… 179… erano trascorsi velocemente ma pienamente e lui aveva fatto tutte le cose preventivate per “poi” che avevano ormai poco tempo per non diventare “mai”: se il destino aveva deciso così, bisognava batterlo sul tempo!
Anche il dolore sembrava essersi preso una pausa… pensa te che benefici può regalare la leggerezza!… e addirittura non aveva sentito più il bisogno di assumere le pilloline che, come una beffa, chiamano cure… “cure palliative”…
Poi era arrivato il “giorno 1”. Per l’ultima cena aveva scelto un ristorante chic, il migliore in quella città bellissima che aveva raggiuto da due giorni. Tutto doveva essere perfetto e non batté ciglio quando, aprendo il menù, lesse il costo esorbitante di ogni piatto: l’indomani sarebbe stato il “giorno zero” e il denaro non sarebbe più servito.
…Anche non avere preoccupazioni economiche fa sentire leggero…
Era al terzo antipasto quando decise, per curiosità, di accendere il cellulare. L’aveva spento il giorno della diagnosi, sei mesi prima, ed era curioso. Fece scorrere sullo schermo i nomi delle persone che l’avevano cercato: un cugino, alcuni conoscenti, due ex colleghi, una vicina di casa, qualche numero sconosciuto… Pochi!… Ci rimase male, ma ormai cosa importava? Sarebbero stati pochi anche al suo funerale, probabilmente. E nessuno di loro si era preso il disturbo di denunciare la sua scomparsa, come non si fossero accorti della sua assenza, tanto la sua presenza era stata insignificante.
Solo il dottor Bini, l’oncologo che aveva fatto l’infausta diagnosi, l’aveva chiamato tante volte, proprio quel giorno. Cosa voleva? Ricordargli che il tempo stava per scadere? Convincerlo a un “dietrofront” e farlo morire in un “comodo” letto d’ospedale?
Bini aveva anche lasciato dei messaggi… Ma lui non sentì il desiderio di leggere parole che sarebbero state, nella migliore delle ipotesi, di ipocrita circostanza.
Con una punta di fastidio spense il cellulare: non voleva sprecare il poco tempo che gli restava… soprattutto davanti a quel ben di Dio che c’era sul tavolo…
Poi, a fine cena, soddisfatto per aver vissuto una vita intera in quel tempo breve, prese dalla tasca della giacca la boccetta: coi soldi, tanti soldi, si compra tutto, anche la coscienza del farmacista pieno di debiti che aveva conosciuto al casinò, la notte in cui si era giocato una fortuna solo per l’ebrezza di veder girare una roulette.
Le gocce di veleno della boccetta scesero abbondanti nel bicchiere d’acqua… ogni goccia lo avvicinava sempre più alla fine del conto alla rovescia perché, se si doveva battere sul tempo il destino, bisognava farlo fino alla scena finale.
Il bicchiere era vicinissimo alle labbra quando il cellulare squillò. Ma non l’aveva spento? Gli altri ospiti del ristorante guardarono verso il suo tavolo infastiditi dalla suoneria insistente. Prese il telefono per zittirlo. Gli occhi caddero un attimo sullo schermo.
“Bini”, era scritto. Di nuovo lui!
«Pronto!», rispose bruscamente, ad alta voce, tanto che il cameriere lo rimproverò con gli occhi.
«Finalmente!», disse il medico e poi, senza lasciargli il tempo di proferire parola, gli spiegò che in ospedale era successa una cosa pazzesca… che uno specializzando aveva manomesso le cartelle cliniche e alterato gli esami di laboratorio dei pazienti… che la Polizia l’aveva arrestato e ora stava avvisando tutte le vittime di quella follia… anche lui… che avrebbe dovuto presentarsi in ospedale per ripetere gli esami ma, sicuramente, era un uomo sano… magari con una fastidiosa ulcera gastrica, ma sano… e bla bla bla…
Chiuse la telefonata senza salutare il medico e rimase qualche istante come inebetito.
Il cameriere notò il suo pallore.
«Signore, tutto bene?», chiese sottovoce.
Annuì con la testa. Poi guardò il bicchiere col veleno e i resti della cena che aveva consumato: a occhio e croce il conto sarebbe stato a quattro cifre: champagne, ostriche, astice, caviale…
E lui, in quei mesi, aveva dilapidato una fortuna e si era anche licenziato… Insomma: non aveva più un soldo e neppure un lavoro.
Forse avrebbe fatto meglio a bere comunque il veleno…
Ma no! Ma che stava pensando? Era vivo, sano!
Avrebbe ricominciato daccapo: il destino gli stava regalando una seconda possibilità! Sorrise e si sentì leggero. Ma di una leggerezza diversa da quella che aveva provato dopo la decisione di non curarsi…
Ma allora…
Ma allora quella che aveva provato in quei sei mesi non era vera leggerezza…
Buffa la vita, anche a un passo dalla morte!
Pensò che per un po’ avrebbe dovuto tirare la cinghia… e trovarsi un nuovo lavoro. Intanto però occorreva un’idea per non pagare il conto del ristorante…
«Non mi sento bene, vado alla toilette…», disse al cameriere.
Poi, con calma si alzò dal tavolo e si diresse al bagno.
La finestra era ad altezza uomo. Toh!, neppure lo sforzo di dover salire sul water…
Gli sembrò di essere tornato ragazzo, la volta che era fuggito da scuola attraverso la finestra del bagno per non essere interrogato…
All’epoca era un adolescente timido, pieno di brufoli e di complessi… ma con ancora tutta la vita davanti…
Già… Tutta la vita davanti…
Aprì la finestra e saltò.
Era ancora agile… leggero…
Buffa la vita, anche quando tutto ormai sembra perduto!
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