Appena qualche giorno fa, il 23 giugno scorso, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha pubblicato uno studio dal titolo “Euro Area Inflation after the Pandemic and Energy Shock: Import Prices, Profits and Wages”. Nelle sue conclusioni tale studio afferma che nel 2022 l’inflazione (+ 9,2% nell’Area Euro) è stata causata:
a) per circa un terzo dall’aumento dei prezzi delle materie prime importate (in particolare quelle energetiche)
b) dall’aumento dei profitti sull’anno precedente che hanno contribuito alla spinta inflazionistica per circa il 50%
c) per la parte residua (20% circa) dall’aumento di salari e stipendi, valore quest’ultimo sempre nel 2022 pari, nella media della zona euro, al +4,5%.
Come termine di confronto e prescindendo dalle oscillazione delle materie prime importate, ossia soffermandoci solo sulla dinamica dei profitti e dei salari, emerge che nel quinquennio che ha preceduto il Covid, quando l’inflazione viaggiava nell’intorno del 2%, a determinare questo dato era per il 42% la spinta generata dall’aumento dei profitti e per il 2% quella provocata dall’aumento dei salari.
Lo studio stima che per compensare la perdita del potere di acquisto dei salari, riportandolo al livello 2019, l’aumento nel 2023 e 2024 dei salari debba essere del 5,5% in ciascuno di detti anni (nessun riferimento lo studio fa alle pensioni) il che –sempre secondo il FMI – implica in parallelo la necessità – per dichiarata affermazione nello studio del FMI – di una azione di consistente riduzione della componente profitti così da operare un ritorno della inflazione al valore obiettivo del 2%.
Occorre però – afferma sempre lo studio – distinguere fra quota dei profitti sul PIL (generati cioè da un più elevato livello di vendite di beni e servizi rispetto al passato a conseguenza di una forte ripresa della domanda in alcuni settori dopo il periodo del Covid) e profittabilità ovvero la differenza fra costi degli input e ricavi da vendita di ogni unità di prodotto. Mentre sono rapidamente cresciuti i profitti complessivi sul PIL la profittabilità per unità di prodotto o servizio venduta fra il 2021 e 2022 è aumentata di poco o è addirittura è rimasta stabile in alcuni paesi (data for Germany suggests markups in industry and in manufacturing remained constant in 2022, but increased in construction, retail, accommodation, and transport. In Italy, markups in 2022 were essentially at pre-pandemic levels). Alla profittabilità – è il caso di ricordarlo – è anche legato direttamente il livello degli investimenti per innalzare il livello tecnologico dell’apparato produttivo e la qualità dei servizi offerti al mercato internazionale.
La strada della politica monetaria e dei continui (e ulteriormente annunciati) aumenti dei tassi di interesse si sta facendo pertanto sempre più ardua e meno praticabile e richiederebbe più che mai di essere integrata da una efficace politica industriale a livello nazionale ed europeo.
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