Starlink rallentato, intelligence a rischio, aiuti militari in bilico. Il presidente ucraino scopre ancora una volta che la gratitudine non è una categoria della geopolitica. Quando Washington cambia umore, a Kyiv si spengono le comunicazioni e si accendono le paure
UCRAINA. Volodymyr Zelenskyj si sente tradito da Donald Trump. Lo ha detto senza troppi giri di parole, dopo le restrizioni che hanno colpito l’accesso militare ucraino a Starlink, il sistema satellitare di Elon Musk diventato uno strumento essenziale per comunicare sul campo di battaglia, coordinare le operazioni e contrastare gli attacchi russi. Comprensibile, verrebbe da dire. Quando ti affidi a un alleato e quello comincia a sfilarti da sotto i piedi gli strumenti con cui ti difendi, qualche domanda te la fai.
Il problema è che Zelenskyj sembra essersi accorto soltanto adesso di una verità vecchia quanto la politica: gli Stati non hanno amici per sempre. Hanno interessi, convenienze, obiettivi strategici. Le strette di mano, le fotografie, le dichiarazioni solenni e le promesse di solidarietà valgono fino a quando non diventano troppo costose. Poi, improvvisamente, la musica cambia. Chi ieri veniva celebrato come un eroe della libertà rischia di ritrovarsi trattato come un fastidioso problema da archiviare.
Trump, del resto, non ha mai fatto mistero del proprio modo di intendere i rapporti internazionali. Non è un diplomatico innamorato delle formule di cortesia, né un uomo che considera gli impegni politici una questione di principio da difendere a qualsiasi prezzo. Ragiona da negoziatore: valuta, pretende, concede quando gli conviene, ritira quando ritiene di avere qualcosa da guadagnare. Può piacere oppure no, ma fingere sorpresa davanti a questo metodo significa non aver capito con chi si ha a che fare.
La vicenda Starlink, tuttavia, è molto più seria di una lite tra presidenti. Secondo le informazioni emerse, le restrizioni sulle connessioni utilizzate dai sistemi militari ucraini avrebbero compromesso alcune missioni e messo in difficoltà anche strumenti impiegati per intercettare i droni russi. Elon Musk ha precisato che le limitazioni relative a Starshield, la rete militare collegata al sistema satellitare, dipendono dal governo statunitense e non da una sua decisione personale. Una distinzione importante, perché sposta la questione dal terreno delle antipatie individuali a quello delle responsabilità politiche e militari.
Se Washington può incidere su un’infrastruttura tanto importante per la difesa ucraina, significa che Kyiv dipende ancora da una potenza straniera per funzioni essenziali della propria sicurezza. Questa è la vera fragilità, prima ancora del presunto tradimento. Una nazione in guerra può ricevere aiuti, stringere alleanze, comprare armi e chiedere intelligence. Non può però ignorare il rischio di affidare una parte decisiva della propria sopravvivenza a strumenti sui quali non esercita alcun controllo.
Naturalmente, sarebbe ingenuo sostenere che l’Ucraina possa fare a meno degli Stati Uniti dall’oggi al domani. Le capacità militari americane, le informazioni strategiche e il sostegno logistico hanno un peso enorme. Proprio per questo, però, Kyiv avrebbe dovuto costruire da tempo una strategia capace di ridurre la dipendenza da un unico interlocutore. Non basta invocare la solidarietà occidentale quando le cose vanno male. Occorre organizzare la propria sicurezza in modo che il cambiamento di una presidenza non si trasformi in una catastrofe operativa.
La questione riguarda anche l’Europa, che ama definirsi protagonista della difesa della democrazia, salvo poi scoprire puntualmente quanto sia difficile tradurre le dichiarazioni in capacità concrete. Se l’America riduce il proprio sostegno, chi garantisce all’Ucraina le comunicazioni militari, le munizioni, la difesa aerea e le informazioni necessarie per anticipare gli attacchi? Londra promette nuovi aiuti e sanzioni, mentre altri governi europei assicurano che non abbandoneranno Kyiv. Bene. Ma gli annunci non intercettano i missili e le conferenze stampa non fermano i droni.
Nel frattempo, secondo quanto riferito da Zelenskyj, nuovi bombardamenti russi hanno colpito infrastrutture energetiche, lasciando centinaia di migliaia di persone senza elettricità. Mosca sostiene di rispettare la tregua energetica annunciata da Trump, appellandosi all’assenza di condizioni precise. Un gioco di parole che rischia di diventare tragico quando, dietro le definizioni diplomatiche, ci sono centrali danneggiate, abitazioni al buio e civili esposti al freddo e alla paura.
Anche qui Trump sembra voler interpretare contemporaneamente più ruoli: quello del mediatore, quello del negoziatore commerciale e quello del presidente che pretende di dettare le condizioni a entrambe le parti. Il risultato, almeno per ora, è un quadro nel quale Kyiv teme di perdere un alleato decisivo, mentre Mosca continua a perseguire i propri obiettivi militari. Non è ancora possibile stabilire se le restrizioni a Starlink siano state concepite deliberatamente per esercitare pressione su Zelenskyj. È però evidente che ogni decisione americana di questo genere produce conseguenze che vanno ben oltre la polemica politica.
C’è poi un aspetto che merita di essere ricordato. Trump può chiedere a Zelenskyj di fermare gli attacchi alle raffinerie russe, può criticare le scelte militari ucraine e può cercare un accordo con il Cremlino. Tutto questo rientra nella libertà politica di un Presidente. Ma se l’obiettivo dichiarato è arrivare alla pace, occorre spiegare in che modo indebolire la capacità difensiva di una delle parti possa produrre un accordo giusto e duraturo. Una pace ottenuta convincendo l’Ucraina che non ha alternative non è necessariamente una pace stabile. Potrebbe essere soltanto una tregua imposta dalla sproporzione delle forze.
Zelenskyj, dal canto suo, farebbe bene a non confondere la delusione con una strategia. Sentirsi traditi è comprensibile, ma non basta. La sua responsabilità è proteggere il Paese, cercare sostegni alternativi, rafforzare la cooperazione europea e impedire che la sopravvivenza dell’Ucraina dipenda dagli umori della Casa Bianca o dalle decisioni di un’impresa privata. La diplomazia richiede lucidità soprattutto quando gli alleati diventano imprevedibili.
La lezione, in fondo, è brutale ma semplice. Non ci si può affidare ciecamente a nessuno, nemmeno a chi ieri si dichiarava dalla tua parte. Vale per gli individui e vale, a maggior ragione, per gli Stati. La differenza è che, nella vita privata, una delusione può costare una relazione. In una guerra, può costare vite umane.
Se Trump vuole davvero presentarsi come l’uomo capace di chiudere il conflitto, dovrà dimostrare che la sua politica non consiste soltanto nel distribuire pressioni e ritirare concessioni. Se Zelenskyj vuole difendere l’indipendenza del proprio Paese, dovrà imparare che la solidarietà internazionale è indispensabile, ma non può sostituire una strategia autonoma.
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