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Webcams “spie”, tra libertà e controllo

3 minuti di lettura

La vicenda delle piattaforme che diffondevano immagini e video intimi rubati attraverso webcams nascoste o non segnalate solleva questioni delicate e complesse, che toccano questioni riguardanti lo strumento tecnologico, la dinamica sociale ed economica che ne sostiene il successo, il significato dello scandalo che ne è derivato.

Le webcams, come sistemi di videosorveglianza, sono introdotte con la funzione di garantire protezione e sicurezza all’ambiente e alle persone. Tuttavia, come accade per ogni strumento tecnologico, ciò che serve a difendere può trasformarsi in un mezzo per offendere. Un dispositivo pensato per offrire tutela diventa così veicolo di intrusione nel privato, rendendo vittime esposte gli stessi individui che avrebbe dovuto tutelare.

L’argomento ripropone quanto sia difficile nella società contemporanea il giusto equilibrio tra sicurezza e libertà, protezione e controllo. Una popolarità esplosiva ha alimentato questa illecita impresa con grande profitto economico per chi l’ha realizzata.

Il voyeurismo esercita da sempre una forte attrazione. Lo sguardo indiscreto, l’accesso a un’intimità non concessa, diventano forme di eccitazione. In questo caso, la curiosità individuale è stata trasformata in mercato: lo spionaggio diventa profitto. Il paradosso è che il “pubblico” di questi contenuti non è composto da criminali nel senso tradizionale, ma da persone comuni, che consumano queste immagini come una forma di intrattenimento.

È proprio questa normalizzazione dell’illecito a rendere il fenomeno ancora più inquietante. Violare la privacy si trasforma in una normale modalità di consumo. Le persone spiate e i fruitori inconsapevoli sono entrambi vittime di un mercato senza limiti. L’offerta allettante attrae in una sorta di attaccamento dipendente.

Sapere o non sapere di essere osservato, pensare o non pensare che da questo strumento si traggono immagini che si possono diffondere in rete e possono essere viste da persone note o sconosciute, non importa. Succede e basta. Nessuno può impedirlo o condizionarlo. Non è un gioco, né uno scherzo goliardico. Può diventare malattia.

Di fatto dobbiamo rassegnarci, la vita privata è impossibile da salvaguardare. La visibilità che vogliamo dare alla nostra esistenza, sia per necessità di lavoro sia per il piacere della condivisione diventa pericolosa in quanto ci espone, a rischio di diventare oggetto di azioni criminali, quali stalking, ricatti e truffe.

Dobbiamo ammettere che il network è in grado di realizzare un profilo delle nostre individualità che comprende, gusti, desideri, passioni, sentimenti. Questa profilazione è alla mercè di tutti e diventa oggetto di interessi che non ci riguardano, ma che possono farci solo del male.

Ma perché scandalizzarci. Da più di un secolo la sessualità è cambiata radicalmente nei costumi e nella cultura: oggi si parla apertamente di pratiche, orientamenti e desideri, e il principio del consenso regola ciò che è lecito. In questo contesto, nulla dovrebbe sorprendere o scandalizzare rispetto alle forme di espressione sessuale.

Il caso delle webcams suscita indignazione ma anche un malcelato compiacimento, in quanto conferma la pericolosità degli strumenti tecnologici. Ora cosa dovremmo fare? Controllare sempre attentamente, con rilevatori elettronici, se ci sono telecamere nei luoghi in cui ci dobbiamo o ci vogliamo appartare, come nei film di spionaggio? Meglio vivere senza segreti e perdonarci se ne abbiamo.

È vero l’intimità è stata violata, espropriata e resa pubblica senza che le persone coinvolte avessero alcuna possibilità di scelta. Ma ciò non deve limitare la nostra libertà e il nostro senso di sicurezza. Questa vicenda ci rende consapevoli che viviamo immersi in una rete di osservazione costante. Le nostre azioni, i nostri gesti e le nostre parole sono continuamente registrati, tracciati e potenzialmente usati contro di noi.

Non dobbiamo assolutamente accettare che la nostra libertà venga trasformata in spettacolo per alimentare un qualsivoglia profittevole mercato. Possiamo disporre del nostro corpo come delle nostre idee, ma questo e quelle appartengono soltanto a noi e solo noi, se vogliamo, possiamo trarne vantaggio.

La rivoluzione digitale ha accresciuto competenze, accelerato e migliorato processi di comunicazione e di apprendimento, facilitato operazioni burocratiche complicate, ha reso insomma la nostra vita più facile e meno stressante. Apprezziamo dunque questi vantaggi, cerchiamo di tollerare le storture che ne possono derivare, con la fiducia e l’ottimismo di chi crede nel progresso.

Franco Garonna è psichiatra e psicoterapeuta, con una lunga esperienza clinica e formativa. Attualmente dirige la Casa di Cura Park Villa Napoleon di Preganziol.

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