A Treviso l’incontro della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice riflette su carcere, dignità e giustizia riparativa
TREVISO — Restituire dignità, ricostruire relazioni spezzate e superare la logica della vendetta. È questa la visione della giustizia delineata da Padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli Tutti e docente della Pontificia Università Gregoriana, protagonista del primo incontro del 2026 promosso dalla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice (FCAPP), organizzato dal gruppo di Venezia e Treviso a cura della referente Paola Zuliani e ospitato il 6 febbraio alla Sala Ca’ Brittoni della Fondazione Cassamarca.
Al centro del confronto una domanda cruciale: quale senso deve avere oggi la pena in una società segnata da recidiva elevata, marginalità sociale e crescente distanza tra carcere e comunità civile?
“La rieducazione ridà dignità”
«La rieducazione ha la funzione di ridare dignità a chi l’ha perduta», ha affermato padre Occhetta durante l’intervista, indicando nella dimensione culturale la vera chiave del cambiamento. Non si tratta solo di un processo interno alle istituzioni penitenziarie, ma di una responsabilità condivisa dalla società, chiamata a non dimenticare chi ha sbagliato.
«Se non custodiamo queste persone — ha spiegato — le carceri rischiano di diventare discariche sociali», richiamando il pensiero del sociologo Zygmunt Bauman. La giustizia, secondo il sacerdote, non può ridursi a un meccanismo punitivo: è prima di tutto un lavoro di ricostruzione dei legami distrutti tra individui, famiglie e comunità.
Una prospettiva che si radica nel capitolo VII dell’enciclica Fratelli tutti, dove Papa Francesco invita a ripensare la giustizia non come una bilancia che pesa colpe e pene, ma come un «ago e filo» capace di ricucire le ferite sociali.
Oltre la vendetta: il volto umano della giustizia
Per Padre Occhetta, la crisi del sistema penale nasce anche da una visione limitata della pena. «Quando non si cura la giustizia — ha osservato — l’ultima prospettiva è quella della guerra». La rieducazione e la giustizia riparativa rappresentano invece un’alternativa alla logica della vendetta e alla mera punizione esemplare.
Questo approccio mira a restituire un volto umano alla giustizia, creando spazi di incontro tra chi ha commesso il reato e chi ne ha subito le conseguenze. Un percorso difficile, ma necessario per generare futuro e prevenire nuove fratture sociali.
Padre Occhetta ha inoltre evidenziato un limite dell’articolo 27 della Costituzione italiana, che pur insistendo sulla funzione rieducativa della pena non sviluppa pienamente il tema della riparazione e della cura del dolore delle vittime.
I numeri del sistema penitenziario
Durante il suo intervento, il sacerdote ha portato all’attenzione dati significativi: circa 53 mila detenuti nelle carceri italiane, un tasso di recidiva intorno al 62% e una popolazione carceraria composta per il 45% da stranieri. A fronte di un costo giornaliero di circa 160 euro per detenuto, solo una minima parte viene investita in percorsi rieducativi.
«L’universo carcere — ha sottolineato — è una spia del livello sociale e politico di una società». Trascurare queste realtà significa alimentare tensioni latenti che rischiano di esplodere nel tempo.
Giustizia e relazioni: una scelta culturale
La riflessione proposta da padre Occhetta ha evidenziato come il passaggio dalla vendetta alla riconciliazione richieda prima di tutto una trasformazione culturale. La verità processuale, ha ricordato, non sempre coincide con quella reale, e il sistema giudiziario deve confrontarsi con la complessità delle storie personali e sociali.
Richiamando la narrazione biblica di Caino e Abele, ha evidenziato come anche il colpevole non venga annientato ma accompagnato in un cammino di espiazione, aprendo una domanda fondamentale: può un detenuto comprendere davvero il male inflitto agli altri? È proprio in questo interrogativo che si gioca il senso della rieducazione.
Il confronto con esperti e operatori
Accanto all’intervento di Padre Occhetta, l’incontro ha visto la partecipazione di Monsingor Fusco, che ha analizzato il diritto penale canonico come strumento orientato alla correzione del reo, del magistrato Domenico Airoma, che ha riflettuto sul senso del punire nei sistemi democratici, e della direttrice della Casa circondariale di Vicenza, Luciana Traetta, che ha offerto uno sguardo concreto sulla realtà carceraria, spesso segnata da marginalità e mancanza di strumenti adeguati.
Dalle diverse prospettive emerse, un messaggio comune: il carcere non può restare ai margini della società. Aprire spazi di dialogo, investire nella rieducazione e promuovere la giustizia riparativa rappresentano passaggi decisivi per costruire una comunità capace di includere e non solo di punire.
L’incontro della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice ha così rilanciato una sfida che va oltre il sistema penale: ripensare la giustizia come strumento di riconciliazione e di futuro.
Articolo di Valentina Nespolo, video intervista a cura di Marta de Vivo
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