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Un caffè

3 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!


Intanto un caffè. Sonia appoggiò la tazza sul ripiano e guardò fuori dalla finestra della cucina. La primavera non si decideva a sbocciare, quell’anno. I rami bianchi del mandorlo si piegavano, stirati dal forte vento, come fossero fili d’erba e il cielo di Roma, tra pioggia e sole, non trovava ancora pace. Aldo era nel suo studietto dalle sei del mattino, chino sulla rassegna stampa online, mentre Matteo, in bagno, si preparava per andare a scuola.

Da quanto tempo non si sentiva più libera e leggera, come quando studiava all’Università e aveva tutta la vita davanti? Sempre il fardello delle responsabilità, come un lucchetto allo sterno, i polmoni costretti, il respiro faticoso e pesante. Però la sua vita le piaceva, seguiva con discrezione sia l’impegno politico del marito, il suo attivismo convinto in un partito di centro-destra, sia la crescita del figlio, la sua delicata trasformazione da adolescente a giovane uomo.

Strinse il mug tra i palmi aperti, inspirando l’aroma del caffè nero, assoluto, senza latte nè panna nè zucchero, come aveva imparato ad apprezzare con l’età.
A Sonia sembrava un buon momento per parlare al marito: ormai era passato tanto tempo, l’affetto di Aldo per Matteo si era consolidato e neanche la loro relazione di coppia avrebbe corso dei rischi. Doveva solo farsi coraggio: l’importante era cominciare il discorso, poi tutto sarebbe fluito con calma, spiegato in profondità, chiarito col senno di poi. Attraversò il corridoio nella semioscurità e si fermò sulla soglia, guardando Aldo con tenerezza. Sì, era un buon momento per parlare, nonostante il nervosismo degli ultimi tempi, senz’altro dovuto allo stress della campagna elettorale.

La porta del bagno si aprì e Matteo si infilò in fretta il giubbino da moto nero e azzurro. Prese il casco dal cassettone dell’ingresso e chiuse in fretta la porta di casa dietro di sé, senza dire una parola.
Erano rimasti soli in casa, loro due, era sicuramente un ottimo momento per parlare. Un po’ però aveva paura di rovinare il rapporto tra Matteo e Aldo, così fragile negli ultimi tempi. Suo marito lo caricava troppo con quelle aspettative immense sulla carriera e l’università, voleva decidere e pianificare tutto. Lei non riusciva a contraddirlo, neanche provava ad esprimere un parere diverso, trascinata dalla zavorra del suo segreto, come se dovesse sempre fare un passo indietro rispetto al marito, nell’educazione di Matteo.

«Cosa c’è? », le domandò Aldo, continuando a guardare il pc. La tazza nella mano di Sonia tremò leggermente e lei la afferrò con entrambe le mani, accorgendosi che non era più bollente.
«Vuoi un caffè? », chiese Sonia con un filo di voce.

Lui alzò gli occhi dalle sue carte e sorrise, guardandola negli occhi.
Sonia si avvicinò lentamente e gli porse la sua tazza, ricambiando il sorriso. Avanzò verso la sedia girevole di fronte a lui e si appoggiò allo schienale, affondando nella seduta morbida di pelle nera.
«Se hai un minuto, devo raccontarti una cosa».

****************************************************

«Lo sapevo da tempo». Aldo la guardava al di sopra dei suoi occhiali da lettura. Poggiò la tazza sulla scrivania.
«Non è un problema per me, Sonia. Non lo è più. Tutto questo fa parte del passato e non ha importanza. Mi preoccupa di più il suo futuro: a volte ho l’impressione di essere l’unico che ha a cuore l’avvenire di Matteo».

«Come hai fatto a scoprirlo?», chiese Sonia in un soffio.
«Subito ho pensato a un tradimento. L’inizio della gravidanza non era compatibile con i nostri viaggi alla clinica. E neanche con i nostri rapporti sessuali», rispose Aldo, guardandosi le scarpe.
«Perché non mi hai chiesto nulla?»
«Mi sono ricordato che due settimane prima avevi fatto quel viaggio, con tua sorella, e che ci tenevi molto».
«Non c’era nient’altro nella mia testa in quel periodo».
«Poi è arrivata una lettera della clinica, per lo stoccaggio del seme del donatore. E allora mi sono tranquillizzato. Ho provato a mettermi nei tuoi panni, ho compreso. In fondo ero molto contento dell’arrivo di Matteo. Anche se non ha il mio DNA mi assomiglia. Ha il mio carattere forte, determinato, a volte dispotico. Ha bisogno di essere guidato, come mio padre ha fatto con me, e io mi sono ripromesso di farlo». Un silenzio lungo, interrotto solo dal tic tac dell’orologio a parete. Sonia fissò il moto oscillatorio dell’asta verticale per una manciata di secondi. Ora il sole si era un po’ alzato, nel cielo di aprile, e la luce, dalla finestra dello studio, illuminava tutta la stanza, rendendo i contorni degli oggetti più nitidi.
Aldo si sollevò in piedi, fece il giro della scrivania e la fece alzare con dolcezza. Sonia gli gettò le braccia al collo, sentendosi leggera come una piuma. Restarono abbracciati, come non succedeva da tanto.
«Perché non me l’hai detto?»
Lui la guardò con un leggero sorriso, restando in silenzio.
«Perché non te l’ho detto?», chiese quasi a se stessa.
«Va tutto bene, amore, non fa niente».

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