Un banchetto da re, un investimento record da 150 miliardi di sterline e migliaia di manifestanti nelle strade. La seconda visita di Stato di Donald Trump nel Regno Unito, ospitata a Windsor, è stata concepita come un palcoscenico perfetto: pompa monarchica da una parte, calcoli economici dall’altra. Ma dietro la facciata scintillante, l’equilibrio politico per Keir Starmer resta precario
LONDRA. Il cerimoniale messo in campo da Buckingham Palace ha avuto i tratti di un evento eccezionale. Trump e la First Lady, accolti dal re Carlo e dalla regina Camilla, hanno percorso i viali del castello su una carrozza reale scortata dalla Household Cavalry, mentre tre bandiere di Stato – Grenadier Guards, Coldstream Guards e Scots Guards – venivano schierate per la prima volta insieme in un’occasione ufficiale.

Dopo l’ispezione del picchetto d’onore e un pranzo con la famiglia reale, il presidente ha visitato una speciale mostra della Royal Collection dedicata ai rapporti anglo-americani, prima di assistere con i sovrani e i coniugi Starmer a una cerimonia militare sul prato orientale del castello. Il culmine è stato un flypast di F-35 e Red Arrows, simbolo dell’alleanza strategica tra Londra e Washington.
In serata, St George’s Hall ha fatto da cornice a un banchetto di Stato sontuoso, con la presenza di leader tecnologici, diplomatici e personalità dello sport. Nei discorsi ufficiali, Carlo III ha ribadito “l’enduring bond” fra le due nazioni, mentre Trump ha parlato di un’amicizia “eterna”, lodando il monarca come “un uomo molto speciale”.

La contromossa di Starmer: 150 miliardi sul tavolo
Mentre Windsor offriva l’immagine di una relazione solida e tradizionale, a Downing Street serviva una narrazione moderna e concreta: quella di un Regno Unito capace di attrarre capitali globali. Ecco quindi l’annuncio di 150 miliardi di sterline di investimenti americani, il più grande pacchetto mai siglato, guidato da Blackstone (90 miliardi in dieci anni), Prologis e Palantir.
La promessa di 7.600 posti di lavoro nei settori dell’energia pulita e delle scienze della vita è stata presentata come il segno che la Gran Bretagna resta “aperta e ambiziosa”. Ma le parole critiche di Nick Clegg – che ha definito l’accordo tecnologico con le big tech americane “sloppy seconds da Silicon Valley” – hanno ricordato a tutti che dietro le cifre si nasconde la questione più delicata: quanto di questo pacchetto rafforzerà davvero l’industria britannica e quanto sarà invece un’operazione di facciata?
La visita di Trump ha riassunto, in due giorni, l’intera contraddizione del Regno Unito post-Brexit: la ricerca di un’ancora americana, la dipendenza dagli investimenti stranieri, il desiderio di mostrarsi protagonista sulla scena globale, ma anche una società civile vigile, pronta a contestare derive autoritarie e alleanze discutibili.

Trump è andato via con l’onore regale e la retorica del legame eterno. Starmer resta con il compito più difficile: convincere i britannici che questo matrimonio di convenienza con Washington non significhi svendere il futuro industriale del Paese.
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