“Partitura sentimentale per biblioteche”: la nuova produzione del Teatro Stabile del Veneto scritta e diretta da Lucia Calamaro debutta al Teatro Verdi di Padova. Il progetto realizzato in collaborazione con l’Università di Padova e ideato per le celebrazioni degli 800 anni dell’Ateneo.
PADOVA – Debutta in prima nazionale, mercoledì 8 novembre, al Teatro Verdi di Padova il nuovo lavoro di Lucia Calamaro: Tipi umani seduti al chiuso. Partitura sentimentale per biblioteche, uno spettacolo prodotto dal Teatro Stabile del Veneto-Teatro Nazionale in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova e ideato nel 2022 in occasione delle celebrazioni degli 800 anni dell’Ateneo.
Lo spettacolo, di cui Lucia Calamaro ha curato sia la drammaturgia sia la regia, è ambientato in una piccola biblioteca di quartiere, capace di trasformarsi in tutte le biblioteche del passato, simbolo di tutte le biblioteche del mondo, anche di quelle dell’antica Università di Padova. Un luogo fatto di libri, ma anche di grande umanità. Protagonisti sul palcoscenico sono gli attori e le attrici del Teatro Stabile del Veneto Riccardo Goretti, Simona Senzacqua, Lorenzo Maragoni, Cristiano Moioli, Cristiano Parolin, Filippo Quezel e Susanna Re. Dopo il debutto al Verdi di Padova dove resterà in scena fino a domenica 12 novembre, Tipi umani seduti al chiuso sarà in cartellone anche al Teatro Goldoni di Venezia dal 16 al 19 novembre per proseguire poi la sua tournée al Teatro Cristallo di Bolzano (20>21 nov), al Teatro Pucini di Merano (22>23 nov) al Teatro Forum Bressanone (24 nov), al Gobetti di Torino (28 nov>3 dic) e al Teatro Camploy di Verona (06 dic).
La produzione si inserisce nel progetto della Compagnia Giovani, parte dell’Accordo di Programma tra Regione Veneto e Teatro Stabile del Veneto per la realizzazione del Progetto Te.S.eO. Veneto – Teatro Scuola e Occupazione (DGR n. 1646 del 19 dicembre 2022).
Lo spettacolo
All’interno di una biblioteca, luogo semplice e circoscritto, affetto da sospettosa nostalgia del Novecento, lento, poco abitato, si trova una donna Simona, che di mestiere scrive, ma non riesce a farlo a casa sua. Il suo immaginario si riattiva solo e unicamente in biblioteche piccole e poco frequentate. Nella mente di Simona appaiono piccole figure minori. Ci sono tre bibliotecari, Riccardo, il nipote Cristiano e Lorenzo, con piccole biografie spampanate. Riccardo, sentimentale e buono senza scampo, ha un figlio in rivolta col mondo, un giovane Cristiano (nome ricorrente di famiglia) sofferto e sfiduciato che ce l’ha su con tutto ma soprattutto con se stesso. La moglie Laura. È via, si è presa una vacanza dalla casa. Torna? Mah. Il nipote Cristiano è un nostalgico dell’Ottocento, non trova pace o conforto alcuno nella contemporaneità, è fuori tempo. Lorenzo è contento di essere lì e di essere bibliotecario. Classicamente innamorato di una ragazza in lotta dichiarata col sistema che proprio non lo vuole, Susanna, che suona note tristi.
Simona fa arrivare in questo biblioteca-tinello di umori e stati d’animo mesti, lo straniero: cerca lavoro Filippo, tipo strano, curatore d’arte d’improbabili artisti conosciuti solo da lui, colto ma d’impianto inaffidabile.
I soliti temi bussano alla sua solita vita. I personaggi vanno e vengono. I toni a volte si alzano, il cuore non sa che farci di esser cuore. Certe note assemblate sgocciolano malinconia.
Simona vorrebbe dire altro, ma in una intera esistenza si hanno solo tre o quattro idee sulle cose e sul mondo, che si ripetono in forme diverse e che in lei, oggi, stanno perdendo senso.
C’è il sentimento, (i libri), l’abbandono, (i libri), l’impossibile, (i libri), le righe, (i libri), l’inadeguatezza, il Santo e il tempo fermo, (i libri), il Teatro Anatomico, il sangue e il suo polso, (i libri) e la rabbia.
La rabbia e i libri.
E poi il disarmo.
L’impotenza di pensare l’impensabile.
Di dire quello che non si è capito.
“Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”, Wittgenstein.
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