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Probabilmente molti non conoscono perché Riva de Biasio, riva del Canal Grande nel sestiere di Santa Croce, è stata così chiamata.

 

I vecchi veneziani certamente lo sanno, e per loro questa storia sarà solo un motivo per rinfrescarsi la memoria, ma i più, i veneziani acquisiti e gli innamorati di questa grande città, troveranno interessante questa vecchia storia.

 

Nel 500 viveva in quel posto di Venezia un certo Biasio detto il carnio, perché originario della Carnia, molto noto come oste per il suo “guazzetto” fatto con carni talmente tenere che si scioglievano in bocca.

Moltissimi, anche da fuori Venezia, frequentavano la sua bottega per gustare questa specialità.

 

Una mattina, degli avventori, mentre mangiavano questa prelibatezza, trovarono nel piatto, tra le carni, un dito umano con tanto di unghia.

Furono avvertite immediatamente le autorità che perquisirono le dispense della cucina e rinvennero i cadaveri di molti bambini.

 

Messo alle strette, Biasio confessò che il suo guazzetto era fatto specialmente con carni di bambini molto tenere e gustose.

L’uomo fu portato davanti al giudice che lo condannò a morte eseguita in piazza San Marco, tra le due colonne, mediante squartamento.

 

Da quel momento, a ricordo di questo orrendo misfatto, la località veneziana dove sorgeva la bottega di Biasio fu chiamata appunto Riva de Biasio.

Un nostro affezionato lettore, fondatore della confraternita del Borlotto Nano Levada, condivide con noi un racconto di propria invenzione sul radicchio

 

È biblicamente noto che, durante la permanenza di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre, tutte le cose buone erano a portata di mano e non costavano alcun sforzo.
In seguito al peccato originale e ad essere stati allontanati dal paradiso terrestre, i due si trovarono in grosse difficoltà poiché dovevano procurarsi il cibo con fatica e sudore. Inizialmente Adamo ed Eva erano molto pigri e cercavano di nutrirsi mangiando solamente le cose più vicine e più facili da raccogliere.

Uno dei loro cibi preferiti era il radicchio. Si narra che originariamente i radicchi erano dolci.
Al buon Dio non piacque questo e mise nei radicchi un po’ di amaro, lasciandogli però tutte le altre proprietà, perché voleva che Adamo ed Eva mettessero un po’ di impegno a cercar dell’altro cibo e variassero la loro dieta per esser sani e idonei a popolar la terra.

 

Al radicchio a foglia allungata, che era tra i più facili da strappare e raccogliere, toccò la stessa sorte degli altri ma riservò ad esso, se lavorato, di essere al contempo dolce e tenero.
L’uomo ci mise un po’ di tempo a scoprirlo e questo privilegio fu riservato ai Trevigiani che per invettiva e lavoro non sono secondi a nessuno.

Una volta lavorato è il più pregiato e ricercato: reminiscenza del paradiso terrestre.

 

 

Il presente racconto è un’opera di fantasia di Dino De Lucchi

“Pronto Mogliano, anche qui abbiamo un problema”. Una telefonata da una parte del mondo all’altra, con 8 ore e due stagioni climatiche di differenza, è sempre un’emozione anche se ora siamo abituati a qualsiasi collegamento, anche extraterrestre. Ma, da una quarantena all’altra, questa è la differenza che stranamente unisce più di qualsiasi video in diretta.

 

“Oggi è un anno – scrive Roberto – 365 giorni sono passati da quando ho lasciato la piazza del mio paese in Italia… e voglio cominciare quest’articolo con un gesto, un abbraccio a distanza… perché ad oggi mi trovo in Australia, ho finito la quarantena e ora posso muovermi un po’, sempre con accortezza, all’interno della provincia in cui già mi trovavo quando anche l’Australia ha deciso di impedire gli spostamenti delle persone, prima tra stati, poi tra regioni e ora anche tra province, per arrestare il diffondersi del virus.

In questo momento, quindi, non posso muovermi, né tanto meno continuare verso la meta naturale di quello che era il mio progetto, il Sudamerica, zona categoricamente chiusa e che per ora comunque non assicura misure e situazioni sufficienti a garantirmi la salute e una minima sicurezza.

In questo momento ripenso a tutti i gesti e non solo di aiuto, condivisione e supporto, che ho avuto il piacere, e per certi versi l’onore, di ricevere in questo anno. Anno in cui ho attraversato l’est e il nord Europa fino a toccare Capo Nord, imparando quanto questa regione sia piena di singole realtà, modi di vedere e di vivere, apparenti incongruenze e diversità che, mi piace pensare, possano in ogni piccola sfaccettatura diventare un ricchezza comune. Ho poi affrontato i confini e gli sguardi rigidi delle regioni russe, venendo perentoriamente sconfessato e felicemente sorpreso da quanto di umano ci sia sotto, anche solo apprezzando la volontà nello sforzandosi di parlare un inglese improbabile, ma segno del desiderio di aprirsi al mondo intero che tanto diverso non è (non so se sia male o bene).

Ho condiviso e incontrato viaggiatori con i quali ho trovato subito sintonia, ho incontrato viaggiatori con i quali ho faticato a trovare una linea di pensiero comune, ma non ho mai smesso di ascoltare cosa avessero da raccontare. In un attimo mi sono ritrovato nel fantastico mondo degli “stan”, Kazakistan, Tajkistan, ecc… dove le strade diventano lingue di terra e rocce immerse in paesaggi quali gli interminabili deserti che dalla Russia del sud attraversano impudenti i confini di Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan fino all’Iran, senza permesso alcuno, sempre immerso tra profumi di spezie e la polvere negli occhi… e ancora guidare e provare la sensazione di farlo tra le nuvole degli altopiani Tagichi, respirando atmosfere e vivendo genti che mi hanno riportato alla mente stralci di libri scritti da chi ha saputo sognare e far sognare i profumi, le emozioni e le sensazioni di leggerezza che questi angoli d’Asia regalano ogni giorno.

Mai mi sono fatto mancare il piacere di condividere il mio tempo con le persone di questi luoghi, facendole mie… imparando lezioni di umanità che sento hanno caratterizzato, e continueranno a farlo, tutto il mio percorso. I mesi passano veloci, troppo a volte, mi domando, oltre alle solite semplicistiche frasi fatte, che significato possa avere… non lo so, ma questo mi stimola ancor più a pensare che non esista un momento più o meno importante nella vita come nell’esperienza che oggi ho la caparbietà di vivere e che devo impegnarmi a dare il massimo valore ad ogni singolo di questi momenti… non fermerà il tempo, ma darà un senso a questo.

 

 

Con questo spirito risalgo a nord fino al leggendario lago Baikal, attraverso il confine mongolo e mi perdo nel deserto dei Gobi, provo la sensazione di stare (mai essere) solo… in una terra impregnata di odori forti, un misto di capra, legno, sterco essiccato e pelli scolpite dal sole, dal vento freddo che trasuda di usanze e necessità ancestrali. Ne esco quasi scioccato, un pugno in pieno stomaco sferratomi da persone che vedono la vita come una continua sfida agli elementi e che hanno, e te lo fanno capire forte, l’umiltà di ringraziare per questo ogni giorno. Non riesco più a capire se il mondo sotto i miei pneumatici stia cambiando o no, vedo differenze ovunque, ma appena chiudo gli occhi quasi inconsciamente sento un filo che unisce, nelle gesta a volte e nelle intenzioni altre, sicuramente nello spirito, tutto quello che mi sta fuori e che spinge per entrare a far parte di me.

Così è la parte che segue nella rigida Siberia, dove le temperature crollano e mi ritrovo a guidare per quasi 5000 chilometri su ghiaccio e neve, dove trovo colonne di camion intenti a portare merci da e verso l’est della Russia… sfrecciando sul ghiaccio nelle discese e spesso impiegando intere giornate a spalare ghiaia sotto le ruote per riuscire ad avanzare sulle salite. Mi sono trovato spesso la sera nelle radure immerse nelle foreste, tutti attorno ad un fuoco, senza capirci con la lingua ma vicini, col respiro che ti si ghiaccia sulla bocca, una bottiglia di vodka senza etichetta… e rifletto sul fatto che per queste persone, quella serata non sarà una serata da raccontare come sto facendo io, sarà un’altra serata come molte altre …chi ha dato cosa… un attimo del proprio tempo…

Non ci si ferma, Vladivostok, imbarco la macchina per conquistare il mito fatto di terre rosse che nella mia immaginazione è l’Australia, sfruttando i lunghi tempi di trasporto per visitare il Giappone. In Australia mi scontro con una burocrazia e tempi di sdoganamento e quarantena per il camietto, che hanno messo a dura prova la mia sanità mentale, ma dopo Natale e Capodanno passati in un ostello finalmente mi riconsegnano l’auto, riparo subito alcuni danni dovuti penso al trasporto e sono pronto per affrontare le terre d’Australia”.

 

In realtà l’Australia ha rappresentato per Roberto Maschietto subito i problemi della quarantena per la sua Land Rover, il camietto, mentre le foreste bruciavano. Ma mentre il fuoco delle foreste in estate è una situazione conosciuta che si ripete spesso, la pandemia ha sconvolto, come in tutto il mondo, la vita della gente.

 

“Oggi sono bloccato in una regione del sud-est Australia per la pandemia da COVID-19 scoppiata durante il mio viaggio. Ho dovuto isolarmi in quarantena vivendo per 14 giorni nel camietto, con controlli giornalieri della Polizia e senza aver la possibilità di lasciare il campo dove mi hanno parcheggiato, neanche per procurarmi il cibo. Ma anche qui, come spesso mi è capitato in questo anno, la sorte mi ha fatto incontrare persone stupende che, seppur anch’esse in una situazione di difficoltà, mi hanno aiuto portandomi da mangiare, trovando il modo ogni giorno di alleviare questa situazione comune a molte persone in Italia e regalandomi sempre un sorriso… potrebbe sembrare poco, ma quando sei dall’altra parte del mondo, con un nemico invisibile che non conosce frontiere, un sorriso è un gesto che ti regala quel poco di serenità di cui hai bisogno per saltare l’ostacolo. Sono sicuro che tutto questo avrà una fine e ho la presunzione di pensare che avrà un senso o per lo meno sta a tutti noi far sì che lo abbia. È vero, la pazienza di aspettare non è una prerogativa dei tempi nostri, ma cercare di capire gli sforzi che ci vengono chiesti senza cercare sempre una scusa per far prevalere l’io sul noi penso sia un dovere, smetterla di pensare che la via giusta sia sempre l’altra. Questo è il significato di Roads on the Way, letteralmente Strade sulla via, qualsiasi sia la strada che decidiamo di percorrere (decidere è scegliere e scegliere ha un prezzo, sia solo la rinuncia all’altra strada) sarà sempre una strada che alla fine ci porterà sulla via della nostra vita, oggi più che mai scopriamo che le libertà, o se vogliamo “la libertà” non è un qualcosa di dovuto, penso sia una mera illusione credere questo. Perseguire questo stato di libertà costa impegno e scelte, tutto il resto è l’illusione della stessa. Dopo questo sproloquio metafisico dovuto a mancanza di ossigeno da reclusione in ambiente fortemente claustrofobico, posso salutarvi con l’augurio che tutto si risolva presto e con la speranza che alla fine il durissimo prezzo che stiamo pagando non venga dimenticato, nascosto dal muro di inutili accuse, banalità e falsità che perentoriamente nasceranno ad impegnarci la ragione”, conclude Roberto.

 

Silvia Moscati

Continuiamo con la pubblicazione a puntate del libro scritto dal nostro concittadino, Nuccio Sapuppo. In questa raccolta l’autore ha voluto raccontare – in forma di monografie – luoghi, avvenimenti e personaggi figli di Mogliano che si sono distinti per le opere che hanno compiuto nella loro vita

 

Le suore Pastorelle che risiedono e hanno ricevuto in eredità la custodia dell’Abbazia Benedettina a Mogliano Veneto fanno parte del piccolo ordine religioso femminile di recente fondazione (1938) da parte di Don Alberione, che lo battezzò proprio ordine delle suore di Gesù Buon Pastore. Sono sparse in tutto il mondo a custodia di Monumenti importanti e di grande valore storico e dedicano la loro vita al tentativo di ricondurre alla retta via le “pecorelle” smarrite e riconsegnarle al Buon Pastore Gesù.
Numericamente non sono ancora tante, ma vista la loro preziosa opera semplice di evangelizzazione sono sicuramente destinate a crescere in fretta.
Le suore Pastorelle a Mogliano nello svolgimento dell’opera pastorale di evangelizzazione si occupano principalmente, oltre che della cura dell’abbazia, in seno alla parrocchia e sotto la guida illuminata del parroco, di catechesi e di visite agli ammalati.

Oggi inauguriamo la pubblicazione a puntate del libro scritto da un concittadino, Nuccio Sapuppo. In questa raccolta l’autore ha voluto raccontare – in forma di monografie – luoghi, avvenimenti e personaggi figli di Mogliano che si sono distinti per le opere che hanno compiuto nella loro vita

 

Questo libro scritto da Nuccio Sapuppo si intitola “L’Album dei ricordi” ed è la storia di Mogliano Veneto con il sistema delle monografie. Si compone da due parti. La prima contiene l’insieme delle fotografie a colori dei monumenti, avvenimenti, e dei personaggi che durante la loro vita si sono distinti per talento e ingegno nei vari campi della cultura, dell’arte e dell’imprenditoria. Ma, purtroppo, come qualsiasi altro angolo del mondo, anche Mogliano nel suo Album di ricordi mostra anche “l’Altra Faccia”, che compone la seconda parte del libro. La faccia cioè composta da fotografie in bianco e nero. Quella composta da azioni scorrette o perlomeno poco edificanti, quella parte che nessun cittadino moglianese del passato, del presente o del futuro avrebbe mai voluto leggere.

 

L’Abbazia Benedettina

costruita intorno all’anno mille

 

L’Abbazia Benedettina, costruita intorno all’anno mille volutamente nel cuore del paese, costituisce la più importante testimonianza della innegabile vetustà di Mogliano Veneto ed è fatta risalire dagli storici addirittura all’epoca paleocristiana, in cui l’Abbazia fu costruita già con compiti importanti di protagonista nell’ambito dell’economia e della gestione di un vasto territorio circostante.

 

Dopo un lungo periodo nel quale l’Abbazia fu occupata da una Comunità di Frati Benedettini per i quali era stata costruita e dopo aver attraversato un altrettanto lungo periodo di totale abbandono, in occasione di una radicale ristrutturazione sia della struttura dell’Abbazia e della Chiesa posizionata in fianco, l’intero Manufatto passò alle Suore Benedettine e da allora fu più comunemente denominata Convento.

 

L’Abbazia sia per il suo ruolo che esercitava e sia per la posizione strategica che occupava, ha subito nel tempo svariati saccheggi e distruzioni da parte di alcune truppe di passaggio attraverso la grande via di comunicazione che era il Terraglio e da parte di briganti affamati di denaro che vivevano nelle zone limitrofe. E quindi di tanto in tanto nelle sue strutture si rendevano necessari lavori di corpose ristrutturazioni e di riassetto. Pare che in una di tali circostanze, Giotto in persona, trovandosi a Padova per eseguire i suoi lavori nella Cappella degli Scrovegni, volle venire a Mogliano a vedere di persona lo stato dei lavori e soprattutto l’allestimento e la collocazione delle pitture commissionate per la Chiesa del Monastero.

 

Oggi, in quella che era nata come Abbazia e successivamente trasformata in Convento per Monache Benedettine di clausura, ci vive una Comunità di Suore Pastorelle.

 

Storicamente l’Abbazia ha un’importanza notevole, non solo per l’antichità della sua costruzione e per le continue ristrutturazioni subite nel tempo, per i quali ha ospitato Architetti e Pittori di riconosciuta fama, ma soprattutto per il ruolo politico che essa ha interpretato nella storia religiosa e politica della lunga epoca medievale.

 

Forse per la sua posizione, al centro del triangolo geopolitico del tempo, tra Padova, Venezia e Treviso, per un lungo periodo si è trovata a gestire tutte le Chiese del circondario con la qualifica di “pieve” con annesso un Battistero in dotazione unico nella zona che costringeva i fedeli dell’intero circondario a recarsi a Mogliano Veneto per ricevere il Battesimo.

 

Questi compiti le erano stati assegnati dal Re e dal Papa dell’epoca in persona, rendendola responsabile di una enorme ricchezza non solo di moneta sonante (gabelle, tasse), ma anche e soprattutto di innumerevoli tesori aurei, di pietre preziose e di paramenti sacri riccamente decorati che costituivano i generosi lasciti delle persone appartenenti a famiglie ricche e blasonate in donazione alla Chiesa ed ai suoi rappresentanti.

 

Tutte queste ricchezze purtroppo, come non fossero bastate le razzie dei briganti del posto e delle truppe di passaggio, assieme ad una imprecisata ed enorme quantità di libri di inestimabile valore storico, scientifico e letterario, patrimonio di intere Biblioteche famose della zona, sparirono definitivamente nel loro insieme dopo le razzie compiute da Napoleone, in occasione di una sua venuta in Italia, tesori ed opere d’arte letteralmente trafugate all’Italia e trasferite in Francia.

 

 

L’autore

Nuccio Sapuppo è nato a Scordia (CT) il 16.09.1941. Ha compiuto gli studi classici a Caltagirone e di Teologia Dogmatica a Napoli.

Ha lavorato, da imprenditore, nel Veneto, nel settore della Ristorazione.

Oggi è pensionato e vive a Mogliano V.to (TV) dove risiede.

Un nostro affezionato lettore di Marcon dona alla nostra Redazione una straordinaria storia da condividere con tutti voi, per viaggiare nelle terre d’Oriente, pur restando comodamente seduti sul divano di casa

 

Mario Cimarosti, 46enne di Marcon, ha scritto da poche settimane il suo primo libro AI CONFINI DELL’ASIA. AVVENTURE E INCONTRI TRA ZAR SULTANI E MAIOLICHE, edito da Ediciclio editore (disponibile e acquistabile anche in formato EBOOK).

Corrediamo il presente articolo di alcune incantevoli fotografie scattate durante questo lungo viaggio lungo le terre della Via della Seta, in cui sono stati attraversato ben 14 fuso orari.

 

“Due anni fa”, ci racconta, “esattamente a settembre del 2018, ho pensato fosse giunto il momento di raccogliere in un libro le mie esperienze vissute tra questa gente, per far conoscere a più lettori possibili le meraviglie all’ombra di Zar, Sultani e maioliche. Un viaggio inteso, ricco di emozioni e di incontri, un percorso straordinario di 24.441 km”.

 

Continua: “Mi sono seduto, ho chiuso gli occhi e ho cominciato un altro viaggio personale, riportando alla luce i ricordi dei volti, le gesta, la vita emozionale tra popoli ricchi di storia, cultura, paesaggi incantevoli attraversati dai più grandi conquistatori di tutti i tempi: da Alessandro Magno a Gengis Khan fino a Tamerlano. Ho trascorso due settimane nel mitico treno lungo la Transiberiana superando i paesaggi bucolici della Siberia, solcando le dune del deserto del Gobi in Mongolia, e ancora dalla muraglia cinese all’esercito di terracotta, attraversando tutta l’Asia Centrale fino a Samarcanda, continuando il mio viaggio nel Caucaso nelle terre dei guerrieri del fuoco in Azerbaijan, in Georgia e in Armenia, dove ho condiviso il dolore di questo popolo e del suo genocidio e ho scoperto il grande orgoglio di questa gente che si è saputa rialzare”.

 

Il viaggio di Mario è continuato ancora fino al Mar Mediterraneo, sfociando nelle acque tra il Mar di Marmara e il Mar Nero lungo il corno d’oro sul Bosforo, visitando i Palazzi dei Sultani nella storica Costantinopoli, l’attuale Istanbul.

 

   

 

“Sono partito dalle mie origini, dall’isola di Murano dove è nato e ha vissuto mio padre Ernesto (era artista vetraio). Ispirandomi al mitico mio conterraneo Marco Polo, ho viaggiato per tanti anni nelle Terre d’Oriente.
Tutte le emozioni vissute in queste terre lontane sono fortemente legate alla mia città di mare, Venezia: in Russia, dove San Pietroburgo è chiamata la “Venezia del Nord”, in Cina a Suzhou, villaggio di pescatori oggi soprannominato la “Venezia D’Oriente”, in Azerbaijan dove nella città della seta (Sheki) ho ritrovato il vetro di Murano nel Palazzo del Gran Khan, e poi in Armenia, terra legata ancora oggi a Venezia anche con il Monastero Mechitarista Armeno nell’isola di San Lazzaro e infine in Turchia, a Istanbul, dove il quartiere Pera si affaccia al Ponte Galata sul Bosforo, un tempo colonia veneziana”.

 

“Questo percorso immenso – continua a raccontare – attraverso mezzo pianeta ha riempito la mia anima di viaggiatore, mi ha avvicinato alla meditazione scoperta e osservata in Oriente, diventando il viaggio stesso una insperata cura dell’anima, incentivando la mia sete di conoscenza, riempiendo la mia valigia di innumerevoli altri punti di vista”.

 

Mario è anche collaboratore delle Nazioni Unite, poiché nel 1994 ha partecipato alla missione Albatros con i Caschi Blu dell’ONU per portare la pace in Mozambico.

 

 

 

Prendendo appunti di viaggio, emozioni quotidiane, incontrando persone di popoli lontani e genti accoglienti e ospitali, il libro di Mario Cimarosti raccoglie oltre 20 anni di esperienze straordinarie che gli hanno insegnato ad abbattere le barriere dei pregiudizi.

 

Certe storie sono come incubi: vogliono essere raccontate per ritrovare un po’ di serenità. Tutto si muove intorno a me di Dany Laferrière, pubblicato cinque anni fa da 66THAND2ND, è una di queste.

 

Port-au-Prince, isola di Haiti. È il 12 gennaio 2010, l’orologio segna le 16.53. All’improvviso nell’aria si solleva un terribile boato, sembra la raffica di una mitragliatrice o lo sfrecciare di un treno in corsa. È questione di pochi istanti, poi la terra comincia a tremare per sessanta lunghissimi, interminabili secondi. In quel momento Dany Laferrière è seduto a un tavolo dell’hotel Karibe in allegra compagnia dell’editore Rodney Saint-Éloi, suo amico, in attesa delle ordinazioni. Ma non c’è il tempo di pensare, sono attimi preziosi, segue una corsa disperata verso il giardino, fuori è un tramestio di grida, s’ode il frastuono di oggetti che sbattono, il tonfo di edifici che crollano; poi, d’un tratto, tutto tace.

 

Con voce commossa, a tratti unita a una delicata ironia, Dany Laferrière è particolarmente abile a far rivivere nel lettore la paura scaturita dal suolo che sussulta e quella fragilità che si impadronisce del corpo umano che, impotente, si fa vigile a ogni minima vibrazione anche nei giorni a venire. Io stessa, già dalla prima pagina di questo libro ho riavvertito farsi strada in me quel brivido di panico che mi ha riportata con la mente a due anni fa, a quei giorni in cui il centro Italia sembrava non trovare pace.

 

Il libro di Laferrière nasce proprio come diretta testimonianza del Gudugudù – nome con cui gli haitiani hanno battezzato il terremoto che quell’anno si è abbattuto sulla loro isola, causando oltre 220mila vittime –, in cui lo scrittore, in un intreccio di reportage giornalistico e intime riflessioni, dipinge il dramma di distruzione e disperazione che lo circonda.

 

Quel pomeriggio, camminando per la strada, si imbatte in una donna con le braccia aperte a croce che chiede conto al cielo della sua salvezza, mentre il resto della sua famiglia giace sotto le macerie. Giorno dopo giorno, si fa vicino al dolore di chi, rimasto vivo, piange per quei famigliari che non rivedranno mai più un’alba. E ogni volta che scorge le loro lacrime, prova amarezza per tutte quelle persone che, in pochi secondi, hanno visto frantumarsi la fatica di una vita, come se «quella nuvola che un attimo fa si alzava in cielo» non fosse stata altro che «la polvere dei loro sogni».

 

Ora che gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla perla dei Caraibi – mentre i media ne dipingono soprattutto la faccia sconfitta – l’autore si fa coraggio e dà forma ai propri ricordi, mostrando anche l’altra faccia dell’isola, quella in cui «la paura non dura mai più di un minuto, e il minuto dopo sono già tutti in strada a ballare. […] Questa gente dignitosa che sopporta il dolore con tanta grazia possiede un senso della vita che sarebbe imperdonabile ignorare. Nel vederli così sereni, viene da pensare che abbiano una certa esperienza in materia di dolore, di fame e di morte. E che siano pieni di una gioia irrefrenabile. Gioia e sofferenza, che trasformano in canto e danza». Haiti infatti è la storia di uomini e donne che, costretti a dormire in strada, la sera, prima di addormentarsi, cantano in coro per alleviare il dolore. È il sorriso di coloro che per giorni hanno resistito intrappolati sotto il cemento e sono stati estratti vivi. È l’esultanza nei volti dei vicini quando finalmente ritorna la corrente elettrica. E c’è chi grida, chi accende tutte le luci, chi avvia la radio, chi prepara un caffè. Haiti è ancora in vita ed è «una bella ondata di energia».

 

È questo che si legge in Tutto si muove intorno a me: sono racconti semplici del chi cosa dove quando tutto ha cominciato a tremare. Sono le impressioni degli haitiani nel vedere le rovine fumanti del loro paese. Sono frammenti di conversazioni tra uno zio e un nipote, tra un figlio e una madre, tra un fratello e una sorella.

 

Oggi sono passati oltre dieci anni dal boato improvviso che ha messo Haiti e la sua capitale in ginocchio. Laferrière non manca una riflessione – carica di malinconia – su coloro che, non ancora nati, cresceranno in una città completamente nuova, limitandosi a conoscere la vecchia Port-au-Prince dalle foto d’epoca.

 

In queste pagine finali mi è sembrato di cogliere una genuina speranza dell’autore verso il popolo haitiano che, tenace e combattivo, non rinuncia al proprio futuro, pronto a ricostruire ciò che gli è stato tolto: «questo paese ha bisogno di energia, non di lacrime».

Io sono Malala è uno di quei libri che non può mancare nella libreria di casa. Lo avevo aggiunto alla mia lista di letture già da un po’ e sono molto contenta di essere finalmente riuscita a dedicargli il mio tempo. Pagina dopo pagina, le parole di Malala Yousafzai mi hanno regalato emozioni intense, a volte contrastanti, rivelandomi come si vive in un paese di cui, fino a prima, conoscevo soltanto il nome.

 

Con Malala ho scoperto un Pakistan unico al mondo per l’ospitalità dei suoi abitanti, ma ahimè altrettanto unico per l’avversione che ancora dimostra nei confronti delle donne – creature inferiori cui è permesso uscire di casa solo se coperte da un burqa o in compagnia di un parente di sesso maschile –, a cominciare dalla credenza diffusa che «quello in cui nasce una femmina è un giorno triste». Ma quel 12 luglio 1997 è tutt’altro che un giorno triste nella valle dello Swat; già dalla culla Malala Yousafzai sembra destinata a un promettente futuro. Suo padre ha infatti scelto per lei un nome carico di significato, ispirandosi alla paladina afghana Malalai di Maiwand, che ribaltò le sorti della guerra contro gli inglesi, accendendo i suoi soldati con valorose parole.

 

Se oggi Malala è l’icona universale delle donne che lottano per il diritto all’istruzione è perché ha avuto il coraggio di sfidare le imposizioni dettate dai talebani, complice il sostegno di un padre attivista in nome della libertà di insegnamento, che ha sempre rispettato il suo pensiero. Malala è anima e corpo accanto a lui in questa battaglia.

 

Crescendo, Malala è una vera promessa: ottimi voti a scuola, abile oratrice, autrice di un blog della BBC in cui racconta la quotidianità sotto il regime talebano e denuncia un sistema che nega il diritto all’istruzione, causa l’assurda convinzione che la conoscenza renda occidentali. Per lei «l’istruzione non è né occidentale né orientale, è un diritto umano».

 

Malala racconta anche del giorno in cui nota una giovane venditrice di arance lungo la strada che, non sapendo né leggere né scrivere, tiene il conto dei frutti venduti facendo dei segni con un chiodo su un pezzo di carta. Di fronte a questa scena Malala giura a se stessa di fare ogni cosa per mandare a scuola tutte le bambine come lei e coronare il suo sogno: garantire la libertà e l’istruzione a tutte le donne.

 

Tuttavia, in un paese politicamente instabile e corrotto, che non garantisce pari diritti fra uomini e donne e soggetto alla propaganda jihadista, in pochi mesi tutto cambia: la televisione diventa un mezzo proibito e presto arriva l’annuncio che tutte le scuole femminili dello Swat dovranno chiudere. Malala ha appena 11 anni e si sente crollare il mondo addosso, ma non intende rinunciare a studiare, perché «l’istruzione è istruzione. Noi bambini dovremmo poter imparare ogni cosa, e poi scegliere liberamente il cammino da seguire.»

 

Se da un lato mi dispiacevo per le delusioni toccate a una bambina che vedeva calpestati i propri diritti, dall’altro mi meravigliavo per il coraggio sempre più grande che quella stessa bambina dimostrava con gli anni.

In aperta sfida al diktat dei talebani, Malala continua infatti a frequentare segretamente la scuola insieme alle sue compagne. Con gli esami di fine anno giungono però anche le prime minacce rivolte a lei e a suo padre, fondatore di diverse scuole. Nemmeno questo riesce comunque a frenare il coraggio e la grinta con cui padre e figlia portano avanti la propria battaglia contro l’ignoranza: «Ancora una volta ci sentivamo frustrati e spaventati. Fu allora che decisi che sarei entrata in politica.»

 

La situazione è delicata, gli animi dei talebani si scaldano facilmente e Malala diviene presto un bersaglio. Un giorno, di ritorno da scuola, il pullman su cui si trova viene assalito. Tre spari e il buio.

 

Dieci giorni dopo, quando si risveglia dal coma, Malala non trova le montagne familiari a cui è abituata, ma sacchi colmi di lettere e regali arrivati da tutto il mondo per augurarle una pronta guarigione. Ora è a Birmingham, in Inghilterra, dove ha una casa solida con un vero cancello e degli elettrodomestici. Ha ripreso a frequentare la scuola e sta costruendo nuove amicizie, nonostante le sue ex compagne tengano sempre un posto libero in classe per lei.

 

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, Malala ama il suo paese, lo ama anche dopo le delusioni che le ha causato e sogna di tornarci a vivere: «nell’ultimo anno ho visto molti luoghi diversi, ma per me la mia valle resta il posto più bello del mondo. Non so quando la rivedrò di nuovo, ma so che lo farò».

 

Se io a Malala ho potuto dare solo parte del mio tempo per leggere la sua storia, lei con le sue parole mi ha restituito molto di più. Mi ha infuso un senso di gratitudine verso il mio paese, l’Italia, in cui l’istruzione è un diritto costituzionalmente garantito e non da conquistare.

 

Nell’estate 2017 Malala ha superato a pieni voti il test d’ammissione alla prestigiosa università di Oxford, dove ora studia filosofia, economia e politica. Personalmente le auguro di brillare non meno di quanto abbia fatto finora, pienamente d’accordo con lei che «un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo».

“Amare ed esser amati, sentirsi amati ed amare ancora…

Let it be, lasciala correre, riferito alla telecamera, cantavano i Beatles.

Erano filmati ad ogni momento di registrazione.

E che vada come vada, la macchina riprende.

Quando però il film è su di te e soprattutto assieme alla Donna che ami, lasci correre sino a che ci sei assieme.
Poi ti saluta e ti manca, poi ti trovi a viaggiare senza un pezzo.

L’amore puro, trasmesso, capita, ad un uomo, una volta nella vita.

L’amore di quelli che spaccano, che anche se non senti la tua amata per dieci minuti stai male.

Il senso di essere felice solo se hai quella Donna, maiuscola, al fianco.

Stai bene solo se senti la sua voce, stai bene se c’è, stai bene se senti che ti cerca e anche solo se ti guarda o ti stringe la mano.

Un momento di pace, una voglia di vederla sempre, per una vita, interrotta dal quotidiano, che quotidiano non è se c’è Lei.

L’importanza di averla a fianco, l’importanza di sentirla vicina, anche quando non c’è.

Ogni momento speciale, con Lei, ogni momento senza Lei a volerla.

E poi un abbraccio, un saluto, un qualcosa che ti spinge il cuore e ti rende migliore. Con Lei.

Ovunque sia.”

 

 

Gianluca Longo e Gianfranco Vergani

Ora che siamo vicini al quinto referendum per la separazione tra Venezia a Mestre desideriamo fare una serie di articoli per dare informazioni sulle origini di Mestre.

 

Come prima cosa, con questo primo articolo, intendiamo delineare la posizione geografica di Mestre.

 

Mestre è località della terra ferma a margine della Laguna di Venezia ed è situata a 3 metri sul livello del mare.

 

È da sempre la porta di accesso a Venezia, un tempo attraverso il Porto di Cavergnago e poi, interratosi questo, attraverso il Porto di Mestre.

 

Le vie d’acqua che solcano la città di Mestre sono il fiume Marzenego che si biforca in due rami che circondano la città: il ramo nord chiamato ramo delle Beccherie o San Lorenzo ed il ramo sud o ramo delle Muneghe o della Campana.

 

Questi due rami si uniscono al ponte di via Colombo formando il canale artificiale chiamato Osellino che sfocia in laguna a Tessera.

 

L’altra via d’acqua che interessa Mestre è il Canal Salso che parte da piazza XXVII ottobre, una volta chiamata piazza Barche, e che sbocca in laguna all’altezza di San Giuliano.

 

Il Canal Salso fu interrato alla fine degli anni 70 per permettere la costruzione della piazza XXVII Ottobre e di via Forte Marghera. La zona della vecchia piazza Barche e del porto fu bombardata nel 1945 e degli edifici preesistenti non rimangono che vecchie foto ed un edificio danneggiato a fianco del Centro Commerciale Coin.

 

Il Canal Salso appare anche in alcuni quadri del canaletto.

 

Domani parleremo delle origini leggendarie e storiche di Mestre.

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