Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
L’alba, la spiaggia del villaggio, il rumore delle onde. Il frusciare della sabbia sotto i piedi, il mormorio del mare sardo.
Siamo rimasti in due. Solo noi, Io e Carlo, il mio migliore amico.
Diretti alle nostre camere, dopo una notte indimenticabile. Quella del falò di Ferragosto. L’ultima, di vacanza, prima di tornare a casa, a Napoli. Prima che la vita si rifaccia ordinaria, che si torni a scuola, e che l’autunno mi regali diciassette candeline, sulla torta.
Ancora un anno, poi sarò maggiorenne. Cazzo, mi sto facendo grande.
Stanotte, ho preso la mia prima sbronza.
Non l’avevo mai fatto: papà me l’ha sempre vietato. Io ho sempre obbedito al suo comando, ma non stasera. Stavolta ho oltrepassato la linea.
È stato Carlo, a passarmi una bottiglia di vodka alla pesca Keglevich. Mi ha detto: dai, Antò, bevi, divertiti! E io non son riuscito a dire no al modo in cui mi sorrideva, a quell’entusiasmo e a quella voglia di vivere.
Giusto un paio di bicchieri, e tutto poi s’è fatto confuso: i profili delle cose hanno iniziato a sfumare, le mie gambe hanno cominciato molli a galleggiare nell’aria e poi musica, ombre e luci si sono fuse, avvolte dal crepitio del fuoco.
Abbiamo cantato e ballato, giocato e scherzato, ruzzolato nella sabbia e urlato, come bambini.
Poi, ci abbiamo provato anche con le ragazze. Juliette e Louise, due tipe francesi. Due riccioline di Parigi, bassine, formosette, una bionda e l’altra castana, entrambe dagli occhi verde chiaro. È stato Carlo a adocchiarle, due giorni fa, mentre giocavano a beach volley. Lui ci ha parlato per primo, petto gonfio e testa alta, e le ha invitate al falò. Fratè, è la nostra occasione, m’ha detto. Stasera ci dobbiamo provare per forza, ha insistito, e io gli ho risposto con un risolino imbarazzato.
Vorrei avere la sua scioltezza, la sua fame. La stessa con cui ci ha intrattenuto per tutta la nottata, mentre attorno a noi si creava un gran casino. Danzava, scherzava e noi tre ipnotizzati, ammaliati dalle sue movenze, dalla sua carismatica audacia. Ogni tanto ha fatto un po’ di allusioni, tronfio, a argomenti che neanche conosciamo davvero, ma Louise e Juliette hanno riso, tanto, e dopo un po’ quest’ultima ha accompagnato Carlo tra le siepi, sopra la spiaggia, lontano dagli occhi di tutti.
Sono rimasto solo con Louise, e mi sono accorto di come mi guardava, della strana inflessione che, mentre m’osservava, prendevano le fossette ai lati della sua bocca. Teneva le labbra arricciate in giù, lo sguardo affilato, e capii cosa volesse.
Eppure…
Eppure rimasi paralizzato, senza sapere che fare, senza riuscire a muovermi. Impossibilitato a fare il primo passo, verso il mare aperto, perché…
Era stata lei, a prendere l’iniziativa. Metti la testa sulle mie gambe, m’ha sussurrato e io, cane mansueto, ho obbedito. Accarezzale, m’ha incitato, e io l’ho fatto. La pelle era liscia e morbida, al tatto. Sentivo, però, che qualcosa fosse fuori sincrono, come non fossi davvero lì. Mi mancava lo slancio degli ultimi cento metri, per realizzare il copione perfetto, il più desiderato.
M’ha chiesto d’accompagnarla a passeggiare, sulla riva. La spuma ci sfiorava le dita dei piedi, calda, e lei mi camminava davanti. Io seguivo le sue orme, mentre sentivo le cosce tremanti e un nodo in gola, pesante di tutto ciò che non riuscivo a confessarle.
Infine, m’aveva preso per i fianchi, m’aveva fissato dritto nelle iridi e mi s’era avvicinata. Baisez-moi, il suo ordine.
Io lì avevo indietreggiato. Me ne ero andato, imbarazzato.
Mi sono quindi appartato a rimuginare su cosa fosse successo, sul perché del mio rifiuto, di quella défaillance così imperdonabile. Forse non mi piaceva abbastanza, in realtà non m’andava, magari volevo altro, e così via, ancora e ancora, a mettere la testa sotto la sabbia. Perché io la sapevo la ragione, solo che…
Ue Antò, ma dove stavi?
Carlo era venuto a distogliermi dai pensieri, sedendosi affianco a me. Avevo risposto cercando di dribblare la verità, vantandomi d’un bacio che non c’era manco stato. M’aveva chiesto dove fosse finita Louise, e io gli avevo detto che se n’era andata a dormire. Lui aveva replicato che pure la sua l’aveva lasciato in bianco, alla fine.
Solo allora m’ero accorto che s’era fatto tardissimo. Il sole stava sorgendo. Oddio, dovevo tornare. Ho chiesto a Carlo di rincasare. E lui m’aveva detto di sì, che tanto eravamo rimasti solo noi.
E così eccoci qui, noi due. Io e lui. Nell’albeggiare, a camminare allo stesso passo, secondo una sincronia perfetta.
Ripenso a Louise, a cosa non abbia funzionato con lei, e trovo la risposta nel fondo del mio stomaco. È uno sfarfallare strano, un tremolio eccitato, che vibra e si scuote, e mugola, come una bestia al guinzaglio. Questo bagaglio di sensazioni… io lo sento ora che sono con Carlo. Perché io…
– Oh, ma ci vogliamo fare il bagno?
È lui, a scompigliarmi le idee.
– Come facciamo, Carlo? Manco teniamo i costumi!
Ha la risposta sempre pronta.
– Embé, qual è il problema? Lo facciamo in mutande!
Manco finisce la frase che già s’è spogliato, per correre a mare. Verso il limite tra la terra, su cui ho i piedi ben ancorati al suolo, e l’acqua, dove dopo pochi passi non tocco più.
– Jamm’, non fare il pesante!
Neanche reagisco, che mi carica. Lui, più atletico di me, m’alza di peso e mi butta a mare, con tutti i panni addosso.
-E che sfaccimma!
M’alzo ridendo, tutto bagnato. È strano: non sono arrabbiato… Mah, sarà l’alcool.
Una scarica d’adrenalina mi pervade, e ci troviamo a fare la lotta: dopo qualche secondo che sbracciamo e c’agitiamo, sto mirando alle sue mutande. M’è presa la pazza idea di portarmele a casa, come trofeo, e lasciarlo nudo per il villaggio.
Ridiamo e ci spintoniamo, ci graffiamo la schiena e le braccia, danziamo una capoeira scomposta. Infine inciampiamo sul fondo sabbioso e cadiamo, insieme.
Risolleviamo le teste: il sole gli illumina in modo splendido i lineamenti marcati. I profili delle guance brillano, così come le ciglia. Il bianco degli incisivi riluce d’un candore abbagliante. La saliva sulle sue labbra scintilla.
Fallo e basta.
Mi lascio andare, e supero il confine. Quello che divide ciò che non dovrei fare da ciò che sento. Tra tabù e desiderio. Tra cosa nego e ciò che voglio. Tra la frustrazione d!una notte in bianco e il brivido d’una prima volta.
Lo bacio. Bocca contro bocca, pelle contro pelle, la mia lingua che spinge contro la sua, finché non la sento sciogliersi, per ricambiare. Respiriamo ognuno del respirare dell’altro, c’abbandoniamo a uno sfuggente attimo d’irrimediabile libertà.
Finisce presto. Lui mi guarda smarrito, io non riesco a parlare. Muto, immobile, la camicia fradicia addosso, senza fiatare.
Irrompe in un riso isterico.
-Wow, ma che cazzo! Questo non me l’aspettavo.
Se ne torna indietro confuso, sollevando le cosce dalla schiuma ancheggiando, dandomi le spalle, per non tornare mai più.
Io resto fermo. Mi perdo nell’orizzonte. Il sole sta sorgendo, gentile, il cielo è terso. Nemmeno una nuvola lo copre. Il mare s’allunga lontano. Non m’è mai sembrato così immane e grande. Pare mi dica che, sganciata l’ancora, io possa percorrere tutte le rotte che voglio.
Non mi sono mai sentito così leggero.
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