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Rancore

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Senza un perché. Questa è l’accidia.

A questa antica parola, nel corso dei secoli, sono stati attribuiti significati diversi. La sua etimologia profonda ci parla di indifferenza, del disinteresse verso la cura di sé e del mondo, che si traduce nell’atto di isolarsi dagli altri. Nella dottrina cristiana l’accidia è un vizio capitale: un male dell’anima che sta in capo a molti altri, un’afflizione sottile che logora e uccide chi ne è colpevolmente attratto.

Nella Bibbia è, simbolicamente, l’ultimo nemico che il popolo di Israele, guidato da Mosè, deve affrontare e sconfiggere prima di attraversare il fiume Giordano e raggiungere la Terra Promessa. Eppure, proprio dopo quell’ultima battaglia, Mosè deve abbandonare il suo popolo. Scompare dalla vista di tutti, si allontana per sempre senza vedere la meta. Viene da chiedersi se quel suo sottrarsi, quel rinunciare al traguardo, non sia stato proprio un cedimento tardivo al grande male dell’accidia.

Molti grandi personaggi della storia ne hanno sofferto. San Tommaso d’Aquino, negli ultimi anni della sua vita, abbandonò tutto: smise di scrivere, rinunciò all’insegnamento, confessando che tutto ciò che aveva fatto fino ad allora gli appariva ormai come paglia, sicut palea, molto meno che nulla. Francesco Petrarca ne fece il centro del suo tormento segreto, allontanandosi da tutto quando ogni cosa cominciò a parergli insignificante. È la stessa tentazione che sfiora molti artisti e che spinge alcuni di loro a distruggere le proprie opere.

Oggi, spesso, si confonde l’accidia con la depressione. Ma non è così. La depressione è una malattia che si cura e che talvolta può anche regredire spontaneamente. Superata la depressione, si può ricominciare a vivere. L’accidia, invece, non è una malattia, ma un demone: nel Medioevo era chiamata il “demone meridiano”. È il demone che colpisce in piena luce, senza preavviso, come un bandito che assale nella controra, quando tutti riposano e nessuno può venire in soccorso.

È qualcosa di simile a una pulsione distruttiva da cui non ci si difende con le armi della coscienza e del sapere. Resta e scava dentro, a meno che non intervenga una conversione profonda: un ribaltamento del proprio sé che costringa a guardare il mondo e gli altri come non si è mai fatto prima.

La manifestazione più dolorosa e contemporanea di questo male è il rancore cieco. Penso ai troppi casi di figli che odiano i genitori: una dinamica che si fatica persino a comprendere, e ancor più a modificare. C’è una novella straordinaria di Pirandello che si chiude con l’immagine di un figlio rancoroso in fuga verso l’America. La madre, supplicante, lo segue a distanza fino al porto, ma lui si imbarca e se ne va senza voltarsi indietro. C’è tutta l’accidia del mondo in quel mancato saluto.

Liberarsi dall’accidia si può, ma richiede un atto di coraggio radicale. Occorre riscoprire la capacità di meravigliarsi e di provare quel sentimento quasi impossibile che è la gratitudine: gratitudine per essere nati e per doverlo, semplicemente, a un naturale atto d’amore.

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