Quando l’intimità è scoperta o viene da noi stessi rivelata, essa diventa scandalo
ITALIA – Cos’è, in fondo, lo scandalo, se non la condivisa riprovazione morale, la sollevazione della collettività contro il singolo?
Non si accettano scuse, non si perdona. Chi ne è colpito deve restare marchiato per sempre. Non viene riconosciuta né compresa la sua fragilità, anche laddove fosse evidente.
Nel giudizio che si dà all’intimità sessuale si nasconde sempre la potenzialità dello scandalo.
Sono molte le vittime di questo meccanismo: personaggi noti e persone comuni. Abbiamo assistito a presidenti, ministri, attori e registi sottoposti al tritacarne mediatico, con l’obiettivo di screditarli e farli scomparire dalla scena pubblica.
Tuttavia, ciò che più colpisce non è solo la loro distruzione sociale, ma le conseguenze devastanti che tutto questo ha avuto sulla loro vita privata.
Gli affetti più cari — amici, parenti, figli e persino i sostenitori più fedeli — spesso li hanno abbandonati, sopraffatti dalla vergogna. Anch’essi, a loro volta, diventano vittime di una dinamica collettiva crudele e ingiusta.
A questo si aggiunge un’altra forma di violenza: quella istituzionale. La giustizia, che dovrebbe difendere i diritti e la dignità della persona, spesso si è accanita contro queste vittime, cercando reati che non esistevano e trascinandole nella gogna dell’attesa di giudizio.
Un’attesa inutile, poiché il giudizio era già stato espresso, sollecitato e condiviso dalla collettività, vicina e lontana.
Quando infine il clamore dello scandalo si affievolisce, resta solo una persona distrutta nella sua esistenza pubblica e privata. E nessuno, allora, si offre per una legittima riabilitazione.
Ma riabilitazione da cosa? Quando l’intimità è violata, non esiste riabilitazione che possa compensare la sofferenza subita. Il danno non è soltanto sociale, ma profondamente umano.
Viviamo in un’epoca che ha raggiunto livelli di libertà sessuale giustamente avanzati, fondati sul rispetto della volontà individuale e dell’intimità della persona.
Eppure, paradossalmente, lo scandalo continua a colpire con ferocia. Chi dovrebbe difendere questa legittima aspirazione a una vita privata inviolabile, spesso non lo fa: anzi, con malvagio cinismo, partecipa al gioco, godendo nel vedere queste vittime innocenti “lapidate”.
È proprio il termine giusto: la lapidazione morale rimanda al messaggio evangelico di chi scaglia la pietra e giudica senza vedere se stesso.
Difendere sempre e comunque la privatezza dell’intimità sessuale è un dovere morale.
Non permettere a niente e a nessuno di violare questa sfera tanto speciale e preziosa è un dovere sociale.
Perché ciò che capita — o è capitato — a qualcuno, può capitare a tutti.
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