Nel 2025, il Sud Asia pare aver smarrito ogni lezione del passato. Quando il premier pakistano Shehbaz Sharif promette di “vendicare ogni goccia di sangue”, e l’India rivendica come “proporzionati” bombardamenti che hanno ucciso anche bambini, il mondo assiste a un rituale macabro che si ripete con puntualità da manuale geopolitico. Il teatro è sempre lo stesso: il Kashmir, quella striscia contesa di paradiso ferita da decenni di nazionalismi armati, vendette irrisolte e silenzi internazionali
INDIA / PAKISTAN. Il 7 maggio 2025 segna una nuova e pericolosa svolta nella lunga e irrisolta contesa tra India e Pakistan. Missili lanciati dall’aviazione indiana hanno colpito nove obiettivi in territorio pakistano, provocando almeno 31 morti, tra cui donne e bambini. È la prima volta dal 1971 che l’India colpisce obiettivi nella provincia di Punjab, cuore politico e militare del Pakistan.
La risposta di Islamabad non si è fatta attendere. Il primo ministro Shehbaz Sharif ha parlato alla nazione in termini netti: “Vendicheremo ogni goccia di sangue”. Parole che riflettono una tensione pronta a deflagrare, in un momento in cui il rischio di escalation militare appare concreto come non mai.
Nuova Delhi giustifica l’operazione come ritorsione per l’attentato avvenuto giorni prima in Kashmir indiano, dove 25 turisti e una guida sono stati uccisi. Secondo le autorità indiane, i responsabili appartenevano a gruppi militanti islamisti storicamente legati al territorio pakistano. L’India rivendica di aver colpito infrastrutture terroristiche di Lashkar-e-Taiba e Jaish-e-Mohammed, mentre Islamabad nega l’esistenza di tali strutture nelle aree colpite e accusa l’India di aver deliberatamente colpito civili e luoghi religiosi.
La gravità degli eventi si misura anche nella reazione diplomatica. Il governo pakistano ha conferito all’esercito il mandato di rispondere “nel momento, luogo e modo ritenuti opportuni”. L’India, pur mantenendo un profilo retorico di “azione proporzionata”, ha mobilitato ampie risorse militari, e si registrano scontri e vittime lungo la Linea di Controllo che divide le due amministrazioni del Kashmir.
Le conseguenze per la popolazione civile sono immediate. Interi villaggi sono stati evacuati, e le città di confine sono sotto assedio di fatto. Sui due lati della Linea di Controllo, mortai, artiglieria e droni stanno scandendo la quotidianità di migliaia di persone, costrette a rifugiarsi nei seminterrati o a fuggire.
Il contesto è quello di due nazioni con armi nucleari, una storia di guerre e un equilibrio di deterrenza sempre più precario. Il ruolo della comunità internazionale finora si è limitato a generici appelli alla calma. Nessuna iniziativa concreta di mediazione è emersa, né da parte delle Nazioni Unite né delle potenze tradizionalmente influenti nell’area, come gli Stati Uniti o la Cina.
La crisi attuale non nasce dal nulla, ma si inserisce in un contesto di crescente polarizzazione politica interna in entrambi i Paesi, di competizione regionale e di una narrativa nazionalista sempre più dominante. L’instabilità in Kashmir continua a essere il detonatore di una tensione che, se lasciata senza contenimento, rischia di oltrepassare il punto di non ritorno.
I prossimi giorni saranno decisivi. Entrambe le capitali si dicono pronte alla guerra, ma entrambe conoscono il prezzo che comporterebbe. Tuttavia, la storia ha dimostrato che nei momenti di massima tensione, è bastato un singolo errore di calcolo per innescare un conflitto su vasta scala.
In un’area dove la guerra è sempre più spesso preceduta dal silenzio della diplomazia, il mondo non può permettersi di restare a guardare.
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