L’emozione che si prova quando si entra in una sala cinematografica e la si trova al completo è indescrivibile. Mi è capitato poche volte nella mia vita da spettatore, ma questa volta è ancora più strano pensare che il tutto esaurito sia per un film storico che dura 2 ore e 48 minuti
ITALIA. E’ il caso del film Norimberga, probabilmente pensato in occasione dell’80° anniversario della celebrazione del primo processo contro i crimini di guerra e contro l’umanità, che si tenne per l’appunto in questa città della Germania, proprio quella in cui vennero promulgate le leggi che permisero i crimini in oggetto.
Un luogo simbolico quindi, che nel film fa da sfondo alla vicenda personale di uno psichiatra americano, che viene chiamato come consulente al processo per definire i profili psicologici dei criminali nazisti imprigionati. Il suo contributo sarà dirimente, anche se inizialmente lui aveva pensato di utilizzare queste informazioni per scrivere un libro che l’avrebbe reso famoso.
Nel film del 2025 scritto e diretto da James Vanderbilt, basato sul libro del 2013 Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai, emergono alcuni personaggi interpretati magistralmente. In particolare Herman Goering, interpretato da Crowe Russell; Douglas Kelly, lo psichiatra americano, interpretato da Rami Malek, già Freddie Mercury in Bohemian Rapsody e Leo Woodal, che recita la parte di un traduttore, ma in realtà è molto di più.
Ma se avere degli attori di questo calibro può aiutare a spettacolizzare la Storia e suscitare un interesse per gli spettatori cinefili, può anche dare un messaggio che può rappresentare un monito per il presente e per il futuro. Il film infatti si chiude con la citazione del filosofo R.G. Collingwood:
“L’unico indizio su ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha fatto”.
La visione di Norimberga apre infatti il dibattito su come restituire i fatti storici di una drammaticità assoluta come l’Olocausto e nello stesso tempo incontrare il grande pubblico in una forma di intrattenimento quale il cinema può essere. Ogni inquadratura infatti rivela lo sforzo del regista di rendere giustizia alle vittime, garantendo un mirabile equilibrio tra ricostruzione dei fatti ed esigenze narrative.
Ma dietro questa patina di piacevolezza, favorita da una narrazione vivace e scorrevole che non fa mai percepire la durata importante del film, al regista sta a cuore diffondere il suo messaggio contro gli orrori del passato. Inoltre, nella seconda parte del film crea uno shock narrativo, mostrando un video che documenta gli orrori dei campi di concentramento attraverso le vere immagini girate dagli alleati al loro ingresso. Lo alterna poi agli sguardi scioccati degli astanti, che in fondo siamo tutti noi.
Ecco perché il successo di questo film. La gente vuole sapere ed ha sete di giustizia. E il regista entra empaticamente in questa dimensione umana. Lo fa permettendo anche ai non usuali addetti ai lavori, come gli storici, di entrare dietro le quinte della Storia, per comprendere come e quanto complessa sia stata la preparazione di un processo del genere: dalla location, alla scelta di chi doveva giudicare e come e con quali limiti lo doveva fare, per rispettare quelle leggi che invece erano state calpestate da quei criminali nazisti.
Vedere un film del genere è estremamente istruttivo, non solo per conoscere ciò che è stato, ma anche quali processi hanno prodotto questi risultati e per saper riconoscere i segnali che hanno preceduto queste sciagurate conseguenze. E in questo il regista ha molto chiara la sua mission: mettere in guardia senza pregiudizio, perché quello che è stato potrebbe tornare dove e quando meno te lo aspetti. Andate a vedere questo film non solo per curiosità, ma anche per raggiungere questa consapevolezza.
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