Una riflessione sulla scoperta di James Watson e sul valore senza tempo del rapporto tra maestri e allievi, tra trasmissione del sapere e nuove sfide della conoscenza
Il 6 novembre scorso è morto a 97 anni James Watson, il celebre biologo americano, Nobel per la Medicina nel 1962. Watson è famoso per aver scoperto e soprattutto descritto il funzionamento della doppia elica del DNA. La duplicazione delle sequenze di quattro nucleotidi rende possibile la trasmissione dei caratteri da individuo a individuo.
Esistono definite combinazioni che descrivono così il mutare delle caratteristiche individuali, nonostante la parentela, e quindi rendono ragione dell’unicità di ogni essere umano, di fatto irripetibile, a meno che non venga clonato. Il mistero della tuke del mondo antico, il destino, cominciava così a essere svelato.
Tutto alla nascita era presente e poteva essere previsto: non solo le caratteristiche macroscopiche come il sesso, il colore della pelle o degli occhi, ma anche tratti più peculiari che riguardavano il modo di ragionare, di vivere le emozioni, gli orientamenti del pensiero e gli stili di vita. Tutto ciò che riguardava la vita dell’individuo, dalla sua nascita alla sua morte, incluse le malattie cui era predisposto, la sua resistenza ad esse e persino la durata della sua stessa esistenza.
Lascio a chi ne fosse interessato di approfondire la ricerca e la scoperta di Watson, che certamente non fu il solo autore di questa straordinaria avventura scientifica. Ricordo però che quando, nel 1971, ero studente del secondo anno di medicina alla Sapienza di Roma, riuscii in una biblioteca a reperire uno dei primi libri pubblicati da Watson, La biologia molecolare del gene, e ne lessi alcune parti.
Allora non erano ancora chiari gli sviluppi di quella scoperta, ma era certo che la genetica – oggi diremmo la genomica – fosse determinante per chi intendesse fare ricerca, anche se le applicazioni pratiche non erano ancora diventate d’uso comune. Voglio solo ricordare che i prodotti dell’agricoltura OGM (organismi geneticamente modificati), che tanto fanno discutere, sono il risultato tangibile di quelle ricerche.
Modificare la natura adattandola alle esigenze nutrizionali è stato per secoli il risultato di osservazioni casuali. Con la genomica, invece, è possibile costruire in laboratorio un seme di grano capace di produrre un alimento più ricco e abbondante.
Ma con il ricordo di questa importante conquista scientifica, voglio accennare a una questione che riguarda la trasmissione del sapere. Non sono solo i dati pubblicati a contare, ma soprattutto l’utilizzo sapiente delle risorse umane che porta a risultati fondamentali per il progresso scientifico.
Non tutti i maestri della scienza hanno avuto il successo di Watson. Basti ricordare il grande medico ungherese dell’Ottocento, Ignac Semmelweis, che scoprì le cause delle febbri puerperali e finì i suoi giorni in una cella del manicomio di Vienna, dopo essere stato irriso e osteggiato dai suoi colleghi. La storia è ricca di esempi di studiosi mai riconosciuti in vita, ma le cui osservazioni e scoperte si sono rivelate decisive per il progresso della conoscenza.
La mia riflessione riguarda dunque il rapporto tra maestro e allievo. Oggi, alla fine della carriera, quando si è stanchi e forse delusi, molti decidono di ritirarsi in solitudine o in famiglia, abbandonando ciò di cui si sono occupati per tanti anni.
La delusione di chi è anziano come me è vedere che coloro che potrebbero apprendere il frutto di esperienze e pensieri tendono spesso a farne a meno. Forse aspettano che ci si tolga di mezzo per lasciare spazio ai più giovani. Ai giovani, cioè, non interessa cosa hai fatto o cosa potresti ancora insegnare.
Il rapporto maestro-allievo è diventato paritetico. Tutti uguali, maestri e allievi. E forse gli allievi sono davvero più rapidi nell’apprendere e nell’utilizzare con destrezza le grandi opportunità dell’era digitale, rispetto ai maestri che appartengono a una generazione in cui questi strumenti non esistevano o erano solo abbozzati.
In parte, la responsabilità è anche dei maestri, che talvolta, in modo autoritario, hanno imposto le proprie opinioni, sfruttando il lavoro dei più giovani. Fortunatamente questo oggi non è più tollerabile. Ma, per usare una metafora, si rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca.
Ricordo che anche a scuola c’erano insegnanti incapaci e svogliati, e altri invece stimolanti e appassionati. Ci accorgevamo della differenza, ma nella memoria restano tutti: gli uni e gli altri. A volte anche una loro frase sciocca ci fa sorridere, e scopriamo che persino nei maestri meno brillanti c’erano qualità che, senza rendercene conto, ci hanno formati.
Sta qui il valore del rapporto allievo-maestro. Il sapere del maestro è un patrimonio da non perdere né gettare via come inutile. L’allievo, a sua volta, dona al maestro nuova linfa per esercitare l’insegnamento, partecipando con umiltà e rispetto a un sapere che – come il DNA – si trasmette e si arricchisce nel tempo, alimentando la nostra umanit
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
