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L'Una e l'Altra

3 minuti di lettura

L’Una era l’opposto dell’Altra, ma erano coinquiline nello stesso monolocale malandato e sporco: e facevano uno sforzo disumano per mantenersi e rimanere lì dentro senza perdere tutto quello che avevano.
 
L’Una era costantemente stanca, demotivata, emotiva; spesso troppo malinconica o troppo esaltata per cose di scarsa importanza. Aveva una scarsa autostima, ma allo stesso tempo sapeva di avere del talento; e questo, per quanto lo tenesse per sé senza parlarne agli altri, la faceva star bene più di quanto le persone avrebbero potuto fare: amava la sua arte in modo violentemente possessivo perché pensava di essere l’unica pazza in grado di capirla, e di conseguenza non la mostrava agli altri. Lavorava in un bar – lo stretto necessario per mantenersi –, e prendeva il suo lavoro seriamente quanto la sua immagine di fronte alla gente: non nascondeva a nessuno il modo in cui i ragazzi incontrati nei bagni delle discoteche la toccavano, le sue bravate, l’uso di sostanze poco raccomandabili, l’incuranza nei confronti altrui, la sua pigrizia. Durante le pause pranzo scriveva le pagine del suo diario o fumava, contava i minuti prima che potesse tornare a casa per scrivere e fumare ancora; perché più che una passione, quello era un vizio: dato il suo disinteresse nei confronti altrui, non aveva rapporti sani, e di conseguenza non parlava con nessuno dei suoi problemi se non con se stessa. Era narcisista sotto certi aspetti, e si odiava sotto altri: amava il suo personaggio della bella ragazza triste, testarda, passionale per quanto non curante di ciò che accadeva attorno a lei; ma le capitava spesso di piangersi addosso per i suoi errori, di sentirsi una completa idiota, di pensare di doverla smettere con certi vizi senza mai effettivamente farlo. Si isolava spesso dagli altri; e quella era la dipendenza più pericolosa fra le sue: amava rimanere sola e godersi i momenti senza che nessuno la disturbasse, ma così aveva imparato a rimpiazzare le persone con il piacere e a ignorare il proprio bisogno dell’aiuto altrui nelle sue inspiegabili crisi. Segregava le sue emozioni in pagine di carta senza condividerle; e quest’abitudine la portò ad autolesionarsi mostrando alla gente solo il suo aspetto fisico.
 
L’Altra era l’esatto contrario dell’Una: era motivata, confidava in se stessa, non si lasciava buttare giù dalle piccole cose. Lavorava sodo e sembrava apparentemente interessata solo di quello, per quanto scarsi fossero i risultati: non aveva particolari titoli di studio, né aveva ancora scoperto il suo talento; perciò faceva la cameriera in una tavola calda, e ogni tanto si offriva per badare ai figli dei vicini per 5 euro l’ora. Non sembrava avere tempo per le bravate dell’Una, né per i suoi hobby, le sue passioni, le sue crisi: era una brava ragazza. La più grande differenza fra le due era che l’Una non era ancora cresciuta, mentre l’Altra le faceva quasi da madre: la manteneva, era motivata a lavorare, era disponibile per venirle incontro con i suoi problemi – per quanto la coinquilina rifiutasse il suo aiuto –, la aiutava a reggersi in piedi quando era troppo ubriaca e poi le faceva la predica quando si riprendeva.
 
– Sei a casa, finalmente. Dove sei stata? Hai fatto come ogni fine settimana? Per quanto andrà avanti questa storia?
– Smettila di farmi le prediche. Parliamo dopo, quando mi sveglio…
– Senti: io non ho intenzione di aspettare i tuoi comodi per poter dormire. Sono stata sveglia fin ora per vederti e non ho intenzione di farlo ancora. E smettila di bere, che si sente puzza di alcol a dieci metri da te; e poi domani devi lavorare, ricordi?
– Lo so che domani devo lavorare, ma se non mi sento bene chiamo il capo e gli dico che non posso venire. E comunque puoi anche dormire, per quello che mi cambia; non ho bisogno di sentire te che mi fai sempre la stessa predica quando torno da ogni serata.
– Vai a dormire prima che ti tiri uno schiaffo.
 
E se ne andò barcollando.
 
 
Agnese Zanasi

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