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Libertà di stampa sotto sequestro: il caso Joakim Medin e la Turchia che non tollera dissenso

2 minuti di lettura

Ancora una volta, il sipario della democrazia cala pesantemente sulla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, questa volta con protagonista un giornalista svedese, Joakim Medin. Arrestato all’atterraggio a Istanbul, con l’accusa di “appartenenza a un’organizzazione terroristica armata” e “insulto al presidente”, Medin si unisce alla lunga lista di reporter che hanno osato sfidare la narrazione ufficiale e per questo sono finiti dietro le sbarre

TURCHIA. L’arresto di Medin non è un caso isolato, ma un altro tassello nella strategia di repressione che ha colpito anche giornalisti locali, come quelli arrestati nei giorni scorsi per aver documentato le proteste contro la detenzione del sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu. La Turchia, che ormai tratta la libertà di stampa alla stregua di un fastidioso contrattempo, non si accontenta più di mettere a tacere le voci interne: ora estende il suo raggio d’azione anche ai corrispondenti stranieri.

Le autorità turche si affrettano a sottolineare che l’arresto di Medin non ha nulla a che fare con la sua attività giornalistica. Sarebbe quasi rassicurante, se non fosse per il fatto che “insultare il presidente” è un reato tanto vago quanto puntualmente applicato per imbavagliare chiunque osi criticare Erdoğan. Se poi ci si aggiunge la classica accusa di “terrorismo”, il gioco è fatto: il giornalista si trasforma in nemico dello Stato.

Questa volta, il pretesto sarebbe la partecipazione di Medin a una manifestazione in Svezia nel 2023, dove un pupazzo con le sembianze di Erdoğan venne appeso a testa in giù. Sebbene la libertà di espressione debba essere difesa senza esitazioni, è legittimo interrogarsi sull’efficacia e l’opportunità di gesti simbolici di questo tipo, che rischiano di ridurre il dibattito politico a una provocazione sterile anziché a una critica costruttiva. Offrire ai regimi autoritari un facile pretesto per giustificare la repressione può rivelarsi un’arma a doppio taglio per la stessa causa della libertà.

Ma il caso Medin non è solo una questione turca: chiama in causa anche l’Europa. La Svezia, che ha recentemente dovuto negoziare con Ankara per entrare nella NATO, si troverà ora nella scomoda posizione di dover difendere un suo cittadino senza compromettere equilibri geopolitici. Fin dove arriverà Stoccolma per proteggere Medin? E quanto ancora le democrazie europee tollereranno un partner che tratta i giornalisti come criminali?

Nel frattempo, la stampa libera in Turchia continua a sopravvivere a fatica, tra arresti, censure e minacce. Se raccontare la verità diventa un crimine, allora ogni giornalista arrestato non è solo una vittima: è una sentinella che ci ricorda quanto sia fragile la libertà che diamo per scontata.

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