Mentre oltreoceano infuria il ciclone Trump, l’Europa sembra arrancare in uno stato di bonaccia strategica. Ursula von der Leyen, già madrina di una fragile unità continentale, è ora l’epicentro di una nuova frattura
BRUXELLES. Questa volta, però, non si tratta di un attacco delle solite opposizioni. L’intero emiciclo – da sinistra a liberali centristi – punta il dito contro di lei. L’accordo commerciale con gli Stati Uniti, che di fatto premia i dazi imposti dal nuovo-vecchio inquilino della Casa Bianca, ha dato il colpo di grazia alla sua credibilità politica.
Ma sarebbe troppo semplice ridurre tutto a una crisi personale. Il vero nodo non è Ursula, ma ciò che c’è – o non c’è – dietro di lei. Un’Unione Europea che, al momento del bisogno, si rivela come sempre: confederazione a parole, frammentazione nei fatti. L’Europa si è presentata a Trump come un’entità priva di massa critica, priva di voce univoca, priva di sostanza. Trump, da esperto uomo d’affari e da vecchio lottatore politico, ha semplicemente fatto quello che gli riesce meglio: ha trattato da predatore.
Paradossalmente, questa crisi può avere un effetto salutare. È una doccia gelata, sì, ma anche un promemoria: l’Europa non può continuare a delegare la propria rilevanza internazionale a uno stuolo di commissari che agiscono con il fiato delle capitali sul collo. Il problema non è che von der Leyen non abbia tenuto testa a Trump. È che nessuno gliel’ha chiesto con forza. Nessuno l’ha sostenuta. Nessuno, tranne qualche isolata voce, ha avanzato un’alternativa credibile al suo ruolo.
La verità è che da decenni l’Europa gioca a fare la potenza, ma senza volontà di esserlo. È un contenitore con memoria storica ma senza progetto politico. Una potenza in potenza, incapace di dire “no” agli alleati quando serve, o “sì” a sé stessa quando è il momento di osare. Continuiamo a barcamenarci tra Washington e Mosca, senza mai provare a costruire una terza via che ci rappresenti davvero. Più che “ponte” tra le due sponde dell’Eurasia, siamo un pontile dove attraccano interessi altrui.
Trump, con la consueta rudezza, ha fatto saltare il banco. Ha costretto l’Europa a guardarsi allo specchio. Un’Europa che si crede ancora centro del mondo, ma che oggi pesa meno dell’India e agisce con la prudenza da revisore dei conti. Ci siamo talmente abituati a pensare in termini economici e regolamentari che abbiamo dimenticato come si fa politica estera. O meglio: abbiamo dimenticato che l’identità viene prima delle regole, e che la sovranità – tanto evocata quanto mal compresa – richiede forza, non solo trattati.
Per rimettersi in piedi, l’Europa dovrebbe rifare se stessa. Non in senso retorico, ma nel senso più concreto: investitura popolare dei suoi vertici, una politica estera unica, una difesa comune che sia altro di una mail di coordinamento. Dovrebbe ricordarsi di avere un cuore romano, una mente greca e un’anima cristiana. Dovrebbe agire da attore geopolitico, non da club normativo.
Il problema? Lo sappiamo tutti: non ci sono né le condizioni, né la volontà politica, né i leader capaci – o disposti – a prendersi il rischio. E allora? Allora si torna al teatrino. La sinistra si indigna, il centro si dissocia, la destra si sfrega le mani. L’Italia fa la sua parte in questo copione: condanna, approva, si allinea, poi si sorprende se Mosca risponde per le rime. Fingiamo che certi equilibri siano ancora quelli della Guerra Fredda, quando ormai siamo in pieno multipolarismo disordinato.
Trump ha fatto capire chiaramente che il mondo è cambiato. Non è più l’epoca delle pacche sulle spalle e delle foto di gruppo tra alleati. È il tempo dei muscoli, dei ricatti, delle offerte che non si possono rifiutare. La forza è tornata il criterio fondamentale delle relazioni internazionali. E noi? Noi, europei, ci affanniamo a scrivere comunicati. Ci perdiamo in conferenze stampa. Litighiamo su chi deve parlare a nome di chi.
Von der Leyen resterà? Forse. Ma con quale autorevolezza? Con quale agenda? La presidenza della Commissione è diventata una rotatoria: si entra, si gira e si esce dove si è entrati.
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