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Lettera Anesti: analisi finanziaria sull’attuale situazione bancaria

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Sconcerta sentire affermare da parte di capi di governo di alcuni paesi e di responsabili di rilevanti istituzioni finanziare internazionali che la crisi di certe banche registratasi nel primo trimestre del corrente anno non debba suscitare preoccupazioni stante l’elevato livello di capitalizzazione, almeno delle maggiori fra esse (esempio Deutsche Bank). “Nel 2008 in occasione della Grande Crisi Finanziaria la banca d’affari statunitense Lehman Brothers, fallì nonostante questa avesse comunicato al mercato che il suo capitale alla fine di agosto era di 28 miliardi di dollari. Nei nove mesi precedenti la banca aveva registrato perdite per 6 miliardi, ma aveva anche raccolto attraverso aumenti di capitale ben 10 miliardi di dollari. Il che significava che stava fallendo pur avendo più patrimonio dell’anno precedente. Questo ultimo aspetto rappresentava una assoluta novità a dimostrazione che non potesse essere il semplice rispetto dei parametri patrimoniali a definire il margine di sicurezza del sistema; tale novità venne poi ufficializzata per la prima volta da parte della Federal Reserve USA (Fed) quando fu costretta ad ammettere in una nota che il capitale iscritto a bilancio delle banche non è così rilevante se la banca sta subendo fenomeni di fuoruscite di liquidità di una forte intensità” come sta attualmente accadendo ad alcune banche europee e statunitensi (cfr: Leonidas Tiliacos “La supervisione bancaria dopo la Banking Union” LUMSA 2021).

Proprio per tale motivo in Europa fra il 2010 e il 2014 è stato avviato un progetto – ancora incompiuto – che va sotto il nome di Banking Union le cui regole stabiliscono di:

I. avocare in sede europea la vigilanza delle banche prima delegata agli stati nazionali;

II. spostare la logica del controllo basandola meno sui controlli individuali e più sul consolidamento delle procedure di controllo;

III. far cessare gli interventi statali in soccorso delle banche, addossandone il costo alla comunità

La Banking Union si fonda pertanto su tre pilastri (il terzo ancora tutto da attuare):

  • la creazione di una vigilanza unica sulle banche più significative per giro di affari strutturata nel Single Supervisory Mechanism (SSM);
  • la definizione di procedure uniformi di risoluzione delle crisi bancarie, mediante il Single Resolution Mechanism (SRM);
  • la creazione di un sistema unico di garanzia sui depositi bancari (DGS).

Ma detto degli aspetti positivi ai fini della stabilizzazione del sistema perseguiti con la Banking Union, va anche detto che, secondo la formulazione attuale, il SSM porrà limiti alla possibilità delle banche di ciascun paese di sottoscrivere debito pubblico emesso dalle proprie autorità nazionali: fatto questo che penalizzerà non poco la futura sottoscrizione del debito pubblico italiano da parte delle proprie banche poiché i maggiori detentori di tale debito sono appunto attualmente banche italiane per le quali i margini per accrescere tale limite mediante future sottoscrizioni saranno estremamente esigui con conseguente lievitazione dei costi a carico dell’emittente potendosi esso domani rivolgere ad una platea di sottoscrittori molto più ristretta.

Importante al riguardo è la testimonianza resa il 22 Novembre 2012 in occasione di Audizione presso la Commissione Parlamentare VI della Camera dei Deputati Italiana (Finanze) dall’allora Direttore Centrale per l’Area Vigilanza Bancaria e Finanziaria della Banca d’Italia Luigi Federico Signorini allorché per sostenere l’esigenza di una rescissione del legame fra banche e debito sovrano attuabile attraverso la Banking Union egli affermava (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-vari/int-var-2012/signorini-221112.pdf):

“Il legame tra banche e debito sovrano va in entrambe le direzioni. Nella prima direzione, dal rischio bancario a quello sovrano, le difficoltà di alcuni sistemi bancari, in particolare in paesi dove le prassi di vigilanza si sono rivelate carenti, hanno determinato un rapido deterioramento delle condizioni di finanza pubblica; hanno posto le basi per la crisi di quegli emittenti sovrani e per il contagio ad altre economie e ad altri sistemi bancari.

Un sistema di supervisione unico è necessario per contribuire a evitare che ciò si ripeta. In primo luogo, la sua costituzione può e deve favorire l’adozione delle migliori prassi di vigilanza; in secondo luogo – e questo punto è più rilevante al fine di spezzare il legame banche-debito sovrano – una supervisione comune attenua gli interessi nazionali, che in passato hanno consentito l’accumulo di squilibri nei bilanci delle banche – al fine di proteggere i campioni nazionali – con le conseguenze che abbiamo osservato sulla finanza pubblica.

Quanto alla seconda direzione, dal rischio sovrano a quello delle banche, in un paese sottoposto a tensioni di finanza pubblica, le risorse per salvaguardare la stabilità del sistema finanziario possono essere insufficienti; è anche limitata la possibilità di utilizzare meccanismi di risoluzione nazionali. Ne consegue che le condizioni delle banche dipendono strettamente da quelle del sovrano. Ne soffrono la percezione da parte del mercato della stabilità del sistema bancario; il rating delle banche; le condizioni (disponibilità e costo) con cui esse possono accedere al mercato del capitale e della liquidità. Ne deriva, per le banche insediate nei paesi con maggiori tensioni di finanza pubblica, una condizione di svantaggio competitivo”.

Eutimio Tiliacos

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