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Leggero come l’aria

5 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Quella appena iniziata era la sesta giornata delle sette previste per completare la ‘Via degli Dei’, l’escursione a tappe da Bologna a Firenze. I miei compagni di viaggio, Carlo e Simone, amici fin dai tempi della scuola, avevano dormito nel B&B raggiunto ieri, in una camera doppia mentre io, sempre tignoso nello scegliere dove riposare dopo un giorno di trekking, in una cameretta singola. Invidiavo la loro complicità che scoprivo alla sera quando li sentivo, di là del muro, ridere a crepapelle mentre si preparavano per andare a dormire.

Si erano alzati alle sei, mi avevano bussato alle sei e trenta per scendere a fare colazione e pronti per la partenza alle sette precise.

“Domani la tappa è particolarmente impegnativa, meglio prendersi per tempo per anticipare un probabile temporale annunciato nel pomeriggio” avevano sentenziato la sera prima.

Ci aspettavano circa sei ore di cammino e abbiamo affrontato la salita di buona lena che, come nelle previsioni, si è dimostrata subito impegnativa.

Il primo tratto del sentiero si rivelò disagevole anche per il fango che sembrava voler trattenerci ancorati al terreno tanto era colloso e attaccaticcio. Di solito mi posiziono in coda, lascio Carlo e Simone a gestire l’andatura e le scelte di percorso che a volte impongono varianti impensabili. E così posso districarmi nella mia passione preferita: la fotografia, a cui di recente si è aggiunta la mania nell’uso del drone acquistato da pochi mesi.

La prospettiva mi aveva letteralmente rapito quando iniziai a vedere, su YouTube, i contenuti di alcuni escursionisti in montagna: paesaggi grandiosi che confermavano la bellezza dei nostri territori i quali, visti dall’alto, apparivano ancora più affascinanti e intriganti.

Anche oggi col mio zaino supplementare carico di macchina fotografica, cavalletto e drone mi sono impegnato per catturare immagini e situazioni con le quali sorprendere i miei due amici e non solo. Mi sono attardato apposta per cogliere Carlo e Simone in mezzo ai faggeti o castagneti, per posizionare il cavalletto e riprendere la mia andatura di spalle o filmare da vicino la flora dell’Appennino come la primula, la genzianella o il rododendro.

Così facendo non mi rendevo conto del tempo che passava e la distanza dai miei compagni si allungava sempre più. E ogni volta devo rincorrerli, una fatica supplementare e bruciante che non si esaurisce quando li raggiungo: mi aspettano con gran disponibilità ma appena mi scorgono, sicuri che non mi sia perso, continuano il percorso lasciandomi col fiatone e col desiderio, represso, di raccontare quello che avevo visto di diverso da loro e che avevo filmato o fotografato.

Quando sono arrivato su di un poggio affacciato sulle colline e sulla pianura dove Firenze ci stava aspettando, mi sono emozionato come non mai. La giornata tersa dopo un temporale aveva ripulito la vallata, il profumo pungente dell’aria fresca, la luce nitida nella sua precisione di colori, sembravano replicare un quadro di Adriano Galasso che avevo apprezzato qualche anno prima per la sua raffinata effervescenza di sfumature unita ad una luminosità impagabile.

Mi sono seduto su un masso solitario in mezzo alla radura verde che pareva posizionato da chissà chi, ho estratto l’armamentario fotografico e ho fatto decollare il drone. Sono rimasto immobile, incantato dalla vista del panorama seppur attraverso lo schermo ridotto del telecomando. È stato in quel frangente che ho notato un uomo volteggiare mentre praticava il parapendio con delle mastodontiche ali di colore bianco e rosso che parevano ‘sporcare’ l’orizzonte pulito e colorato di un celeste intenso.

In quel preciso momento, fissando i dettagli di quella scena inaspettata, ho iniziato a immaginarmi attaccato a quel paracadute particolare, solo, con la brezza in fronte, gli occhiali antivento aderenti al viso, lo spettacolo esclusivo come uno zoom che avvicina piano, piano ora le fronde del bosco, ora le distese verdeggianti di prati incolti.

Con la mente ho ipotizzato di scegliere il tipo di vela, i colori delle ali, di vivere la tensione prima del decollo, lo scatto perentorio e deciso per la rincorsa sul prato proteso sulla vallata. E poi lo slancio risoluto per il salto verso il vuoto, un tuffo al contrario, il vento che ti porta su, ti stordisce, ti trascina, ti costringe a muovere le corde per contrastare quella forza invisibile, fino a scivolare lento, quasi inerme, galleggiando nell’aria come un aquilone e con una sensazione di piacere intenso. Mi sono visto con le braccia aperte come a voler cingere l’infinito, le mani a stringere le funi con le quali dirigere la rotta. Ho percepito l’odore neutro dell’atmosfera, il fruscio prepotente della corrente che ti accarezza con energia. Un privilegiato in quell’osservatorio esclusivo che merita di essere impresso nella mente. Proprio come un novello Dedalo, padrone dell’aria, libero di prendere il volo non per fuggire dalle difficoltà terrene, ma per perdersi nei giochi dell’immaginazione.

Momenti esaltanti, leggeri, senza pensieri o sbavature, nella parabola fluida e pulita delle ali. Mi è stato istintivo e inevitabile associare ciò ai primi attimi dell’innamoramento quando tutto diviene improvvisamente strabiliante, esaltante, unico. Penso a quando il cuore pulsa vigoroso sotto l’onda di emozioni che travolgono ogni resistenza, una marea lenta che ricopre tutto, ogni affanno, ogni angoscia. Il volo, ne sono convinto, libera sensazioni inedite, gli occhi scrutano l’orizzonte sempre più ampio, le manovre nell’aria tratteggiano, in quella parete impalpabile del cielo, disegni improbabili. Uno stupore continuo, senza tregua, una delicatezza imbarazzante. Ecco, nella mia immaginazione mi sono sentito innamorato del bello, ho amato svolazzare tenue per agganciare ad ogni virata le sensazioni più vere e sfolgoranti. Un’estasi esclusiva, senza ricatti.

Improvvisamente un refolo di vento di traverso mi avvisa che tutto è relativo, un attimo e qualsiasi cosa cambia: la leggerezza si è trasformata improvvisamente in peso, la gravità schiaccia la gioia, la paura dell’infinito intorpidisce lo sguardo. Il senso di lievità scomparso, ho riacquistato lucidità per governare il momento e comprendere che nulla è eterno. Proprio come l’innamoramento che, prima o poi, lascia il posto, lentamente o repentinamente, o all’esaltazione o all’incertezza, al timore della sconfitta. Basta così poco per ribaltare gli attimi di gioia in preoccupazioni opprimenti, come viaggiare su di una bici con le ruote sgonfie.

E così a fatica mi sono rialzato, il volo di quell’uomo ormai lontano e sempre più fuori dalla visuale: ho raccolto le mie cose, riguadagnato il cammino, scattato un’ultima foto a quell’aquilone ormai perso nella curva dell’orizzonte e in contrapposizione alla distesa di calendule che pennellano il rigoglioso crinale di trifoglio alle mie spalle. Un’ultima occhiata al cocuzzolo raggiunto e via per la discesa, saltando qua e là per evitare ora le radici, ora gli spuntoni di roccia. L’incontro col bosco ombroso mi conferma che mi sto avvicinando a Fiesole, la meta di giornata.

Dalla sommità ho intravisto i miei compagni seduti ai margini di un querceto che mi stanno aspettando, lo sguardo rivolto verso la montagna per catturare la mia uscita dalla boscaglia. Ho lanciato un urlo per catturare la loro attenzione e rassicurarli che stavo arrivando.

Lo zaino, nella discesa, ha iniziato a sobbalzare, ho mantenuto gli occhi fissi al terreno per cogliere il percorso più nitido e finalmente sono riuscito a raggiungerli.

È sempre un’emozione ritrovarli, poter scambiare con loro le impressioni dell’escursione, raccontare delle emozioni provate nel vedere il deltaplano. E al termine riprendere l’ultimo tratto del sentiero: Firenze laggiù ci occhieggia imperturbabile.

Il volo immaginifico, la sensazione di libertà, il silenzio vagheggiato mi sono ritornati in mente in maniera prepotente e mi hanno fatto accettare con clemenza il fruscio umano che piano piano ci stava investendo nella discesa verso la città. La salita facile del pendio, il panorama, il vento, l’odore dei prati, l’orizzonte aperto, il colore della natura, gli amici con cui condividere il cammino: cose semplici di vita.

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