Si assomigliano, condividono la stessa radice e orbitano entrambe attorno al concetto di diritto. Eppure, “legale” e “legittimo” esprimono due mondi distinti, il cui confine è spesso teatro di conflitti etici e sociali.
La distinzione, sulla carta, sembra lineare. Legale è ciò che la legge stabilisce come norma: un perimetro scritto che va rispettato, pena una sanzione. Legittimo è invece ciò che riteniamo giusto in nome di una libertà personale che lo Stato di diritto dovrebbe garantire, a patto di non ledere gli altri. Detta così, tutto appare chiaro. Nella realtà, però, il cortocircuito tra questi due concetti è continuo, soprattutto quando lo Stato si trasforma da garante della salute pubblica a imprenditore del malessere.
Prendiamo il caso del gioco d’azzardo. Dal punto di vista medico, l’azzardo – al pari del fumo e dell’alcol – è un comportamento che induce dipendenza e patologie (la ludopatia), provocando un danno sociale e sanitario evidente. D’altro canto, il gioco porta introiti miliardari nelle casse pubbliche. Ecco il paradosso: l’azzardo in Italia è perfettamente legale, ma eticamente illegittimo, poiché lo Stato dovrebbe tutelare la salute dei cittadini (come recita l’Articolo 32 della Costituzione) e non certo alimentare le malattie per fare cassa.
Questo sdoppiamento di personalità si riflette nelle sale bingo, nelle slot machine diffuse sul territorio e nei casinò autorizzati, che fruttano entrate notevoli e che nessuno si sogna di dismettere. Lì si consuma una schizofrenia commerciale: lo Stato incoraggia, o quantomeno tollera, che i cittadini perdano denaro e salute, salvo poi dover spendere soldi pubblici per curarli.
Il dibattito si complica se lo estendiamo ad altri settori, come la prostituzione. Periodicamente si torna a parlare di legalizzazione: trasformare le sex workers in contribuenti, con tanto di tasse e contributi previdenziali. In questo caso, l’obiettivo sarebbe rendere “legale” (regolamentato) ciò che per molti è una “legittima” pretesa di disporre liberamente del proprio corpo. Discorso simile, ma inverso, vale per il consumo di alcune sostanze stupefacenti: per una fetta di opinione pubblica la libertà di consumo è considerata legittima in quanto scelta privata, ma la legge e gli accordi internazionali continuano a renderla illegale.
Cosa ci insegna questo scollamento? Che essere liberi non significa vivere senza regole, ma accettare e riconoscere dei limiti.
Se da un lato la legge ha il dovere di evolversi, adattandosi ai bisogni dei cittadini e cercando di essere il meno impositiva possibile, dall’altro la nostra legittima libertà richiede una forte capacità di autogoverno. Niente è assoluto o immutabile: né le leggi che governano un Paese, né i desideri di chi quelle leggi è tenuto a rispettarle. La vera sfida di una società matura sta nel far dialogare la legalità delle norme con la legittimità dei valori, evitando che lo Stato diventi il primo a barattare il benessere dei propri cittadini in nome del profitto.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
