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Le Torri Gemelle, venticinque anni dopo: rabbia e orgoglio

3 minuti di lettura

Venticinque anni fa le Torri Gemelle crollavano sotto gli occhi del mondo intero. Un pezzo che riprende il titolo di Oriana Fallaci per raccontare cos’è cambiato nella geopolitica del fondamentalismo da allora a oggi, tra rabbia e orgoglio.

NEW YORK (USA). Siamo a febbraio 2001. Ero bambina, in viaggio con la mia famiglia a New York, e come tanti turisti salimmo sull’Osservatorio panoramico di una delle due Torri Gemelle, tappa obbligata insieme all’Empire State Building per ammirare lo skyline di Manhattan dall’alto. Ricordo la vertigine e lo stupore di una città che sembrava non finire mai.

Circa sette mesi dopo, quello stesso punto da cui avevo guardato giù non esisteva più. Martedì 11 settembre 2001, diciannove uomini di al-Qaeda dirottano quattro voli di linea: alle 8:46 il primo colpisce la Torre Nord, alle 9:03 il secondo colpisce la Torre Sud in diretta mondiale, alle 9:37 un terzo si abbatte sul Pentagono, il quarto precipita a Shanksville dopo la rivolta dei passeggeri a bordo. In meno di due ore le Torri crollano. Muoiono 2.977 persone di oltre novanta nazionalità . È l’attacco terroristico più letale della storia moderna, e apre due guerre, in Afghanistan e in Iraq, che ridisegnano la politica internazionale del quarto di secolo successivo.

Pochi giorni dopo, Oriana Fallaci scrisse di getto il suo corsivo per il Corriere della Sera, diventato poi il libro che dà il titolo a questo pezzo. Due parole, rabbia e orgoglio, che restano da allora le parole per raccontare come si sta al mondo quando il mondo si mette a fare così male.

Venticinque anni sono tanti, e il mondo che quella rabbia descriveva non è rimasto fermo. Il califfato territoriale dello Stato Islamico, che nel 2014 arrivò a controllare in Siria e Iraq un’area grande quanto la Gran Bretagna, è stato smantellato militarmente entro il 2019 — ma non è sparito: si è disperso in affiliati che oggi combattono altrove, spesso contro altri fondamentalisti prima ancora che contro l’Occidente. In Afghanistan i talebani, cacciati nel 2001, sono tornati al potere nel 2021 e oggi si trovano a fronteggiare lo Stato Islamico del Khorasan, ancora più radicale di loro: il fondamentalismo, quando prende il governo, non si placa, trova semmai un fondamentalismo peggiore a cui fare la guerra. Nel Sahel, dopo i colpi di stato che hanno rotto i legami con le forze occidentali, i gruppi legati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico avanzano su territori vasti quanto nazioni europee, e nel 2026 il Pakistan è diventato il paese più colpito al mondo dal terrorismo, davanti a chiunque altro. La rete di milizie sostenute dall’Iran — Hezbollah, Hamas, gli Houthi — esce quest’anno indebolita dai conflitti in Libano e in Medio Oriente, ma non è stata smantellata: continua a colpire.

Eppure, letto nel suo insieme, il quadro globale non è quello di una marea che sale ovunque: il numero di morti per terrorismo nel mondo, secondo gli ultimi rapporti, è ai livelli più bassi dal 2007, e la violenza si è concentrata geograficamente più che diffusa uniformemente. È in Occidente, semmai, che il dato si complica: le vittime di attacchi sono aumentate, ma la crescita è spinta insieme da terrorismo jihadista, da antisemitismo e da islamofobia — segno che l’odio, quando trova spazio, non sceglie mai una sola direzione. Cresce anche, in modo del tutto ordinario, la presenza musulmana in Europa: è un fatto demografico reale, misurabile, che riguarda famiglie, natalità, età media. Non è la stessa cosa dell’estremismo, che resta un fenomeno di minoranza dentro una minoranza, spiegato più da marginalità e propaganda online che da un numero di persone.

La rabbia, dunque, ha bersagli precisi: chi governa imponendo la propria legge con la forza della polizia religiosa; chi, nel Sahel come in Pakistan, fa saltare mercati e villaggi mentre gli Stati crollano intorno; chi lancia missili su Kyiv o su Odessa sapendo che cadranno anche su una scuola; chi, a Gaza come in Israele, tratta la vita dei civili come merce di scambio; chi, qui da noi, specula sulla paura per giustificare nuovo odio invece di combattere quello vero.

Ma la rabbia da sola brucia solo chi la porta. Ci vuole anche l’altra cosa.

Orgoglio di appartenere a un mondo che, con tutti i suoi difetti, i suoi ritardi, le sue ipocrisie, ha ancora il coraggio di lasciare che si possa scriverne senza chiedere permesso a nessuno. Orgoglio per chi, sotto le bombe a Kyiv o a Odessa, continua ad andare a scuola, a innamorarsi, a suonare il piano in una stazione della metropolitana. Orgoglio per chi, a Gaza come a Tel Aviv, come a Teheran, rifiuta di lasciare che l’odio di chi comanda diventi anche il suo. Orgoglio per ogni giornalista che finisce sotto minaccia per aver scritto una verità scomoda, e la scrive comunque.

Non è orgoglio di sangue, di bandiera o di fede: è orgoglio di metodo. Il metodo di chi preferisce discutere piuttosto che sgozzare, dubitare piuttosto che obbedire, sbagliare da uomo libero piuttosto che avere ragione da schiavo.

Venticinque anni dopo le Torri, il mondo non è né più semplice né uniformemente più pericoloso di allora: è più frammentato, con focolai che si spengono in un posto e si riaccendono in un altro. Ma io resto con lo stesso stupore di quella bambina che guardava giù da lassù, e con la stessa scelta di allora: lasciarsi spegnere dalla paura, o restare accesi.

Trasformare quella rabbia in una collera vigile, che resta desta contro il male senza lasciarsi incrinare dall’odio. Con orgoglio, perché l’orgoglio tiene in piedi.

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