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Lavoro, pensioni, formazione: le vere priorità del Paese

In un’epoca in cui non sembrano contare le competenze e le responsabilità per governare l’Italia, ma si rincorrono da mesi propagandistiche e pericolose onde demagogiche da passerella elettorale, è necessario più che mai riportare al centro

In un’epoca in cui non sembrano contare le competenze e le responsabilità per governare l’Italia, ma si rincorrono da mesi propagandistiche e pericolose onde demagogiche da passerella elettorale, è necessario più che mai riportare al centro dell’agenda politica i problemi reali del Paese e dei territori. Questioni cruciali che interessano la vita di tutti i giorni di donne e uomini, lavoratori e pensionati, disoccupati, pensionandi e giovani.
Partiamo da un dato, quello relativo al rallentamento dell’economia e alla diminuzione del numero degli occupati nel secondo trimestre dell’anno: preoccupano il calo del Pil e dei dipendenti con contratti a tempo indeterminato. Il timore è che il contraccolpo dell’instabilità politica post elettorale (ricordiamo che ci sono voluti ben tre mesi per formare il Governo), l’effetto dei dazi trumpiani sull’export e della mancanza di programmazione di una politica economica ed industriale, sortiscano lo stesso effetto anche in Veneto, nella Marca e nel Bellunese, territori che nei primi mesi dell’anno hanno registrato ottime performance in termini di ripresa delle assunzioni e della produttività.
La spinta ad alzare ponti levatoi e ad arroccarsi su posizioni sovraniste ed anti-europeiste non va a sostegno di aziende del nostro territorio che hanno cuore e testa nelle nostre provincie e gambe nel mercato mondiale. Una terra fatta di imprenditori e lavoratori che sono riusciti a risollevarsi attraversando la peggiore crisi economico finanziaria dal Dopoguerra e che ora si trovano a vivere una fase di incertezza programmatoria che rischia di vanificare l’impegno profuso fino ad oggi per il recupero di posti di lavoro, fiducia e produttività.
Sono urgenti politiche economiche che rafforzino produttività, competitività ed equità e che sappiano posizionare in maniera qualificata e aperta l’Italia nello scacchiere internazionale.
Il lavoro deve tornare al centro dell’agenda politica, con scelte chiare e coraggiose per sostenere la ricollocazione di chi perde il posto, soprattutto se over 50 e senza aver raggiunto i requisiti necessari per la pensione. Servono strategie per combattere il precariato, per favorire l’assunzione dei giovani migliorando l’incrocio domanda/offerta e potenziando la rete dei Centri per l’impiego e delle agenzie per il lavoro. Tutte questioni di cui non c’è traccia nel Decreto Dignità, buono nei propositi, ma inefficace negli strumenti messi in campo.
Sulle pensioni, la Cisl, assieme alle altre confederazioni sindacali, ha inviato una richiesta di incontro al ministro del Lavoro per riaprire la discussione sulla “seconda fase” di riforma della Legge Fornero che era stata avviata con il precedente Governo. Siamo convinti che la riforma vada “umanizzata”, definendo, di concerto con le parti sociali, nuove regole di accesso al pensionamento, più flessibili ed elastiche, soprattutto per le donne e gli esodati, individuando ulteriori professioni usuranti per le quali prevedere deroghe alle norme sull’aspettativa di vita, impegnandosi a sostenere la previdenza dei più giovani e riconoscendo il lavoro di cura.
La possibilità, per iniziare a realizzare queste modifiche, c’è: potrebbero trovare spazio già nella prossima Legge di Stabilità. Che risposte darà il Governo a queste richieste? Ricordiamo che sono questioni che riguardano tantissime famiglie trevigiane e bellunesi, che in questi anni hanno affrontato con compostezza licenziamenti, lunghi periodi di cassa integrazione, rinvii della pensione, chiusure di aziende e una precarietà sempre più dilagante.
Va ricordato anche che, secondo dati Istat e Ocse, la mobilità sociale in Italia è ferma da anni, con conseguente evidente aumento delle disuguaglianze tra la popolazione: condizione contraria ai principi fondanti della nostra Costituzione e che tradisce lo spirito dei sacrifici fatti dai nostri padri per migliorare le condizioni di vita dei figli.
Per assicurare una maggiore equità sono necessarie risorse in grado di generare sviluppo economico e industriale stabile, una crescita che non ci sarà se non si difende prima di tutto la qualità del lavoro attraverso una contrattazione tarata sulle esigenze delle famiglie e dello stato sociale territoriali: la redistribuzione di beni e servizi può sopperire alle carenze e ai tagli che avvengono da parte del sistema centrale verso gli enti locali.
La Cisl è pronta a fare la sua parte, e chiama all’appello tutte le parti sociali e le istituzioni, a partire da Assindustria Venetocentro, per riattivare relazioni industriali che abbiano l’obiettivo di definire modalità di sviluppo del welfare contrattuale e degli accordi territoriali per una più equa redistribuzione del reddito anche tra piccole e medie imprese e lavoratori che concorrono alla realizzazione del risultato.
Non possiamo più permetterci di attendere oltre. Se arriviamo impreparati alle importanti scadenze che ci attendono nei prossimi mesi, rischiamo di vanificare gli sforzi fatti in questi anni per far ripartire il Paese. E dopo, sarà complicato, oltre che inutile, scaricare le responsabilità sugli immigrati o sull’Europa della Merkel.

 

Cinzia Bonan
Segretario generale Cisl Belluno Treviso

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