Donald Trump ha scelto di alzare la posta alla vigilia del vertice di Washington con Volodymyr Zelenskyy e i principali leader europei. Con un post su Truth Social ha chiuso due porte che Kiev considerava vitali: la riconquista della Crimea e l’ingresso nella Nato
WASHINGTON (USA). “Alcune cose non cambiano mai!!!”, ha scritto, trasformando in slogan quella che suona come una resa diplomatica preventiva. Per Zelenskyy, appena atterrato a Washington, è un colpo durissimo: il Presidente americano non solo non apre nuovi spazi, ma impone condizioni che mettono in discussione il cuore stesso della resistenza ucraina.
Il contesto è già segnato dal recente summit in Alaska con Vladimir Putin, che molti osservatori hanno letto come una vittoria politica del Cremlino e una disfatta per Washington. Trump continua a definirlo un “grande incontro”, sostenendo di aver fatto “progressi enormi” senza però fornire dettagli. Ma la percezione, in Europa e a Kiev, è opposta: la trattativa ha offerto a Mosca una legittimazione e ha isolato ulteriormente Zelenskyy, ora costretto a rincorrere sostegno in un clima di sospetto e stanchezza.
In questo scenario arrivano i leader europei – Keir Starmer, Emmanuel Macron, Friedrich Merz – che a parole ribadiscono le “linee rosse”: nessun riconoscimento dell’annessione russa, nessun premio all’aggressione. Dietro i comunicati si nasconde un’inquietudine evidente: se Washington decide di piegare Kiev a una pace veloce, l’Europa avrà margini di manovra ridottissimi. L’ombrello Nato resta l’unico vero scudo, e proprio su quel terreno Trump ha posto il veto.
A complicare il quadro c’è la proposta ventilata dall’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff: garanzie di sicurezza per Kiev equivalenti all’articolo 5 della Nato, ma al di fuori dell’Alleanza. Una formula ambigua, che suona più come un compromesso geopolitico che come una reale tutela. Putin, secondo Witkoff, avrebbe accettato questa ipotesi per la prima volta. Ma resta il sospetto che si tratti di un modo elegante per congelare il conflitto lasciando intatti i guadagni territoriali di Mosca.
Trump si accredita come “uomo della pace”, pronto a chiudere la guerra in tempi rapidi, e scarica la responsabilità sul Presidente ucraino: “Zelenskyy può fermarla subito, se vuole”. Una narrazione rovesciata che rischia di dipingere l’aggredito come ostinato e l’aggressore come interlocutore ragionevole. Zelenskyy replica con toni di gratitudine verso gli Stati Uniti e richiami alla “forza condivisa” con gli alleati, ma l’impressione è che la sua voce arrivi fioca in un’arena dominata dal pragmatismo trumpiano.
Il vertice di Washington si annuncia dunque cruciale: da un lato l’esigenza di mantenere un fronte comune e sostenere Kiev, dall’altro la volontà americana di esplorare soluzioni che comportano compromessi. Tra i corridoi diplomatici resta aperta la domanda centrale: se il percorso verso la pace passerà per concessioni territoriali o se prevarrà la linea della difesa integrale della sovranità ucraina.
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