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La scomparsa di Giampiero Galeazzi. Ritratto di un protagonista del racconto sportivo

5 minuti di lettura


Fatto. Analisi. Impatto. Agenda
Si guarda a sinistra, si guarda a destra e vince l’Italia!
La scomparsa di Giampiero Galeazzi, “The Voice”
dello sport italiano. Ritratto di un protagonista del
racconto sportivo. Fu una corazzata videogalleggiante, uno scafo da corsa, mentre gli altri
remavano, lui scatenava la furia degli elementi
della cronaca, una turbina. Fu il fondatore
(in)consapevole di un canone inverso, una forma di
fuga dall’ordinario
Per noi fu “giampierogaleazzi”, tutto attaccato, un nome e un
cognome che significavano uno stile e una presenza scenica, la velatura
e stazza di una barca da regata no limits. Fu quello dell’impresa
memorabile, se c’era lui al microfono, tutto era possibile, il miracolo
diventava cronaca, la vittoria azzurra.
Galeazzi fu l’epica, il poema eroico, il furore della battaglia. Fu il
nostro immaginario di sudore e fatica, una gioia contagiosa, lo
spettacolo di un decollo verticale, il sogno di una medaglia strappata
quando scorrono i titoli di coda ma nessuno osa uscire dal cinema
perché la voce di Galeazzi sta rombando e quando fa quel rumore di
biella e pistone, olio bollente e benzina che brucia, la sinfonia dei
muscoli che si piegano e delle parole che si spiegano, significa che sta
per succedere qualcosa di grande. Fu la nostra adolescenza
spensierata, il meglio della nostra vita, il miele che cola lentamente
sulle seadas, l’illusione di essere un campione domani, l’estate più
dolce sulla sabbia di quarzo, fu la canoa che correva sul fiume, il
canneto pieno di meraviglie e la radio accesa, il pallone che rimbalzava
su campetti dove non c’era l’erba, la polvere d’estate e il fango
scartavetrato in inverno, la racchetta di legno, la terra e il cemento. Fu
la pioggia del gol, il tuono del lancio, il fulmine della corsa. Il bollettino
meteo della sfida totale.
Nacque a Roma, 75 anni fa, si laureò in statistica, fu impiegato a
Torino, all’ufficio marketing e pubblicità della Fiat, per dovere e per
caso. Non durò a lungo, troppo freddo, mancava il sole, la trattoria, il
Circolo Canottieri, il Tevere. Il destino gli riservò altre strade,
soprattutto fiumi, si specchiò sempre nell’acqua e vedendosi con tutto
quell’ingombro biografico non smise mai di ridere di se stesso. Lo
chiamarono “Bisteccone”, nessuno riuscì a cuocerlo, era lui lo chef. Fu
ai fornelli e ai remi. Ieri, oggi, domani. Fu campione italiano di
canottaggio singolo, arrivò nel doppio con Giuliano Spingardi alla
selezione per le Olimpiadi in Messico nel 1968, ne furono esclusi
ingiustamente. Galeazzi si voltò indietro, poi guardò avanti, così entrò
alla Rai senza mai uscirne, in uno di quegli incontri che fanno
strambare il vascello, e capì subito che era meglio raccontare che
contare.
Lo sport fu il suo sempre, le Olimpiadi arrivarono come cantore di
imprese memorabili: sei edizioni dei Giochi fino ad Atene nel 2004, con
“The Voice” che rende immortale l’oro di Giuseppe e Carmine Abbagnale
a Seoul nel 1988 (“non li prendono più, non li prendono più” e “andiamo
a vincere”) e concede il bis canoro a Sidney scandendo con tutta la
potenza del mondo le pagaiate strepitose di Antonio Rossi e Beniamino
Bonomi a Sydney 2000 nel kayak (“è bella, è bella, è bella la barca
azzurra” e “si guarda a sinistra, si guarda a destra, vince l’Italia!”); e
poi il calcio, lo sport del “re Puma” (Diego Armando Maradona, cesellato
dalla penna di Gianni Brera), spadellato da Galeazzi in tutte le
declinazioni possibili per un cronista (da inviato a conduttore di 90°
minuto), la pallottola di un cecchino che cerca l’inedito prima, durante
e dopo il gol; il tennis sui campi dove la palla corre veloce, sguscia, si
camuffa sulla terra battuta, schizza sull’erba, vibra sul cemento,
l’amicizia con due fuoriclasse, Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta.
Dritto e rovescio, Galeazzi. Si vive, si muore, si lascia un lampo sulla
Terra, un colpo di maglio, una saetta, un’invenzione.“Si guarda a
sinistra, si guarda a destra, vince l’Italia!”.
Fu gavetta. Fu gloria. Fu radiocronista, una sagoma sonora. Fu
telecronista, in esondazione permanente. Con quella voce, con quella
mole, con quel guizzo da giocatore di tennis – l’altro sport praticato,
amato e raccontato – con la panza e la baldanza di chi non ne può più
di palleggiare da fondo campo, perché sente ancora il profumo
d’amatriciana uscire dalla cucina e daje, facciamola finita con questa
noia, ecco un rovescio à la Adriano. Sì, fu Panatta sul campo del
centrale e Abbagnale sul campo di regata, fu una volée da sparviero e
un colpo di remo da vichingo, fu la prua che tagliava l’acqua come una
lama. Fu una corazzata video-galleggiante, uno scafo da corsa, mentre
gli altri remavano, lui scatenava la furia degli elementi della cronaca,
una turbina. Che ricordi. Fu Enrico Ameri e Sandro Ciotti, una regata
d’alta classe nel panfilo della Rai e, sissignore, viale Mazzini fu un corso
di sopravvivenza con le tigri e le pantere, i leoni e i leopardi, una scuola
di “cattivisti” con il talento tra le dita, con la notizia stretta dolcemente
tra le fauci e se non sei capace, caro Galeazzi, non ti daremo una mano
a rialzarti. O avevi qualcosa da dire o stavi a cuccia. Giornalismo, un
massacro, un pasto nudo, una prova da stuntman in cronaca. O
imparavi, o perivi.
E Galeazzi imparò, fu il fondatore (in)consapevole di un canone
inverso, una forma di fuga dall’ordinario, fu la telecronaca che apriva i
polmoni e faceva rullare il tamburo dell’aritmia, fu il pioniere dello show
del racconto in presa diretta. Dopo il suo boato, per gli altri fu tutto più
facile e tutto più difficile, perché lui divenne metro e metronomo, uomo
solo con la chitarra elettrica e poi orchestra con tamburi, trombe,
campanelli, campanacci. Oggi tutti urlano al primo gol che passa il
convento, l’enfasi è la regola, Galeazzi no, era lo stupore del singolare,
l’unico che rombava come il motore di una Ferrari perché era sul filo
sibilante della Curva del Tabaccaio a Montecarlo, non sul ciglio di una
carrettiera al campionato regionale di Fiat Duna usate. Il testo è il
contesto.
Galeazzi fu il primo tele-trasportato in campo nell’osare e chiosare,
nell’arrembare e nello scavare. Fu a bordo campo quando non c’era
nessuno, con il microfono che sembrava il gladio di un legionario; fu
negli spogliatoi fradicio di champagne con Maradona di giorno e di
notte, in giro in una Napoli onirica, amatissima, femmina; fu incollato
allo sportello del pullman della Seria A, nessuno poteva sfuggirgli; non
fu mai ruota di scorta, fu sempre in pole position. Fu l’eruzione degli
ultimi 150 metri di Carmine e Giuseppe, lo tsunami azzurro del
canottaggio, quel fenomeno vulcanico sull’acqua di cui tutti hanno un
ricordo incandescente, la lava ancora oggi non s’è raffreddata, l’amore
che brucia per sempre.
Galeazzi si trasformò in quel che era, a grandezza naturale, un uomo
a cui piaceva la vita esagerata, come Steve McQueen, tra Vasco e l’iperpop di Domenica In, dove tracimò perfino nel voglio vederti danzare pur
senza Battiato. Non c’era finzione, era lui, in pieno possesso di ogni
atomo del suo corpo, senza troppi calcoli e l’intuito della “presenza”
scenica. Fu un intingolo di errori, tutti rivendicati con il gusto per
l’eccesso, ripieno di slancio, farcito di umanità, non fu mai cotto a fuoco
basso perché nacque con la fiamma alta e così rimase in alto, al di
sopra dei calcoli sui gradi che preoccupano solo chi non ha talento,
rimase con il gusto innato per la notizia e la storia, non fece carriera,
non fu mai direttore, rimase quel che fu, Galeazzi.
Ardeva senza risparmio, lo incontrai allo stadio a Roma, in un
pomeriggio solare, aveva il sorriso di un tipo libero che ne aveva scolato
tante di storie, non tutte eroiche, non tutte belle, ma non sufficienti a
fargli perdere il tocco di brio. Non aveva il complesso del futuro, andava
avanti, in un durare che è ora, mai ieri e figuriamoci domani, questo è
il trucco del mestiere del tramontare nel bene, nel male, nella salute,
nella malattia. Si sposò, ebbe due figli, rimase fedele al piacere della
notizia. Si smarriscono gli amori, non i tasti della macchina da scrivere.
Si ammalò, come succede a tutti, riapparve per un istante in tv, poi
sparì nel vortice dell’impaginato, in un tempo remoto, sospeso e senza
calendario. Chissà dov’è, Galeazzi. In una giornata uggiosa di un’era
pandemica che sembra non finire mai, in una Roma sdrucita e fradicia,
trafitta da aghi di pioggia, il suo fuoco s’è spento e come l’impatto di un
meteorite si sono accesi tutti i lampioni dei ricordi. Fu un cercatore di
pepite, andò nello Yukon del giornalismo sportivo, setacciò l’oro sul
fiume. E lo regalò agli altri. Per noi, con noi, resta “giampierogaleazzi”

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