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La rubrica del venerdì: il fenomeno Mafia siciliana, americana, internazionale

2 minuti di lettura

L’espressione Cosa nostra è utilizzata in riferimento all’organizzazione criminale di stampo mafioso e terroristico, stabilita in Italia, più precisamente in Sicilia, e attiva già alla fine dell’‘800. Nel giro di pochi anni essa si era già diffusa in più parti del mondo. In America, però, trovò terreno fertile durante il periodo del Proibizionismo, soprattutto nelle grandi città di Chicago, Washington e New York. Più tardi piantò le proprie radici anche in quelle Nazioni dell’America Latina, dedite alla produzione di droghe di varie specie.
 
I suoi primi “colpi” risalgono agli inizi del ‘900, quando ancora le operazioni erano individuali e autonome. Tuttavia, nel 1958, avendo più sedi dislocate, è stata riconosciuta come una vera e propria organizzazione criminale, il cui organigramma interno seguiva una forma a piramide, sulla cui cima (“cupola” in gergo mafioso) stava il capo che impartiva ordini, secondo la strategia più adatta per curare gli affari delle varie “famiglie” affiliate. Al di sotto di lui, i suddidi, nel linguaggio tecnico “picciotti” o proseliti, operatori del crimine specializzati nei vari rami della delinquenza, come la riscossione del pizzo, le azioni di ricatto, sequestri di persona, traffico di alcolici, contrabbando di sigarette, spaccio di droga, fino alle operazioni più complesse come la sparizione delle “vittime” designate dalla cupola.
 
Negli ultimi decenni la mafia ha esteso i propri tentacoli anche nei rami del malaffare sociale, come la politica, con la scoperta delle tangenti in cambio di appalti o voti in vista di favori. La sua escalation è stata tale da diventare una vera e propria multinazionale, capace di trattare e gestire affari mastodontici da miliardi di euro.
 
Nel giro di poco tempo cresciuta a dismisura, l’organizzazione è arrivata pianificare una spartizione territoriale, riservando, la Sicilia a disposizione della mafia, la Calabria e parte meridionale della penisola alla ‘Ndrangheta e la Campania, soprattutto Napoli, alla Camorra.
 
In Italia il primo uomo politico a essersi esposto nel segno di denuncia è stato l’indimenticabile Don Luigi Sturzo, il cui coraggio è stato percepito durante un comizio pubblico in una piazza di Caltagirone. Erano gli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale. Nonostante ciò, sia il mondo politico che quello giudiziario si sono dimostrati sordi e ciechi a quella denuncia, senza muovere un dito per frenarne la crescita. E il famoso poeta filantropo Danilo Dolci ha speso la sua vita nella lotta spietata alla mafia, finanziando di tasca propria iniziative e manifestazioni proprio negli anni in cui questa prosperava in Sicilia.
 
Come anticipato sopra, l’America aprì le porte alla mafia negli anni Venti, durante il Proibizionismo, quando la vendita e l’uso degli alcolici erano vietati. A tal riguardo, è rimasta famosa la prepotenza di Al Capone davanti alle forze dell’ordine e alle istituzioni americane col suo incontrollabile contrabbando di alcolici di ogni genere.
 
Finito il periodo del Proibizionismo, in America la mafia non si affievolì, tanto meno arrestò le sue operazioni, le quali continuarono secondo gli ormai consueti modi illegittimi e malavitosi. Addirittura si ingrandì e esplose con il tentativo di monopolizzare diversi settori commerciali e industriali americani. A descrivere le gesta e i soprusi perpetrati dalla mafia americana con furti, omicidi e angherie di ogni genere è sufficiente citare il film che, più di ogni altro, rappresenta quel fenomeno dilagante e inarrestabile: Il Padrino. Trilogia cinematografica iniziata 1972, con l’impeccabile cast di attori dal valore e dalle capacità assoluti: Marlon Brando, Robert De Niro, Al Pacino e Robert Duvall.
 
Parallelamente alla sconfitta del terrorismo in Italia, negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso un ferale colpo è stato inferto alla mafia italiana nella persona dei suoi capi, quali Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano e parecchi altri, è stato possibile, tramite la collaborazione di informatori di giustizia tra i quali svolse un ruolo determinante Tommaso Buscetta.
 

 

A cura di Nuccio Sapuppo

 

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