Una nuova pubblicazione curata da Daniele D’Anza ed Elena Marchetti racconta l’evoluzione della collezione pittorica del cuore politico e simbolico della Serenissima
VENEZIA – Palazzo Ducale non smette di sorprendere. Cuore pulsante della storia politica e culturale della Serenissima, scrigno d’arte tra i più visitati d’Italia, il palazzo dei dogi si svela oggi sotto una luce inedita grazie a una nuova pubblicazione dedicata alla sua quadreria.
“La Quadreria di Palazzo Ducale”, edito da Scripta Edizioni e curato da Daniele D’Anza ed Elena Marchetti, storici dell’arte e conservatori del museo, ricostruisce un tassello spesso trascurato della lunga vicenda artistica del Palazzo: l’esistenza di una collezione di dipinti da cavalletto, provenienti da lasciti, donazioni o trasferimenti da altre sedi istituzionali, che affiancavano gli apparati decorativi ufficiali.
Il volume offre un’analisi puntuale del processo di acquisizione, selezione e trasformazione del patrimonio pittorico della sede dogale tra il XIV e il XVIII secolo. Una pratica poco conosciuta ma essenziale per comprendere l’identità visiva e simbolica del potere veneziano.
Grazie a un’attenta ricerca archivistica e bibliografica, il libro ricostruisce la presenza, in epoche diverse, di opere straordinarie firmate da maestri come Paolo Veneziano, Giovanni Bellini, Tiziano, Tintoretto, Paris Bordon, Jheronimus Bosch e altri ancora. Se molti di questi capolavori oggi risultano dispersi o confluiti in altri musei, un nucleo significativo è tuttora conservato ed esposto in tre ambienti specifici: la Sala della Quarantia Criminale, la Sala del Magistrato alle Leggi e la Sala dei Cuoi.
Tra le opere più preziose documentate nel volume si segnalano la Pietà di Giovanni Bellini, il Cristo deriso di Quentin Metsys — testimonianza delle relazioni culturali tra Venezia e il Nord Europa — e l’iconico Leone di San Marco di Carpaccio. Senza dimenticare la Venezia riceve da Nettuno le ricchezze del mare di Giambattista Tiepolo, emblema della potenza allegorica della Repubblica.
Particolarmente significativa anche la presenza di opere fiamminghe, tra cui spicca la Visione apocalittica attribuita a un seguace di Bosch, l’unica attestata come parte dell’esposizione pubblica già nel 1615.
La pubblicazione si arricchisce di immagini in alta definizione e di un’accurata schedatura delle opere attualmente visibili al pubblico, offrendo così un nuovo e affascinante sguardo su un patrimonio poco noto ma fondamentale per comprendere il volto storico e simbolico di Palazzo Ducale.
Un’opera che non è solo un omaggio alla bellezza, ma anche un prezioso strumento di conoscenza per storici, appassionati e visitatori. Un nuovo capitolo nella storia infinita del palazzo che fu cuore della Repubblica di Venezia.
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