A Treviso nella cattedrale, gremita per la solennità dell’Epifania del Signore, esperienze, etnie e colori affermano il valore della fede che unisce le diversità
Seguire una stella per poter adorare il re dei giudei, come i Magi, che non hanno esitato a “spogliarsi dalle loro comodità“ per portare doni, un unico popolo si unisce per arrivare a Gesù, alla verità.
Comunità provenienti da ogni latitudine, come Nigeria, Ghana, Filippine, India, Ucraina, che tra le tante hanno testimoniato attraverso le loro identità, palesate da lingue, colori e abiti tradizionali, affermano che la differenza può essere autentico viatico di unione e comunione, condivisione e fratellanza. Quasi a voler innalzare metaforicamente una torre dove i vari piani e i vari mattoni che la compongono, oltre a essere interscambiabili tra di loro, diventano “indispensabili“ per una crescita reciproca. Nel segno di una vera amicizia tra popoli, simulacro di amore e civiltà.

L’universalità, ossia la pluralità di cose o persone intese nella loro totalità, si muove tra idiomi, bandiere e differenti tratti somatici, che apparentemente sembrano voler distanziare e non accomunare, ma riesce con “l’avallo spontaneo“ della fede cristiana, a formare un ponte per poter approdare ad una Chiesa comune, con l’intento benevolo di ritrovarsi. Come avvenuto il giorno dell’Epifania a Treviso, nella cattedrale.
Cattedrale che, come una madre buona e generosa ha accolto nel suo grembo la diversità trasformata in identità, avvalorando come sempre quel processo di inclusione, autentico pilastro di pace e fratellanza tra uomini, dove lo scambio diventa strumento per poter varcare quelle porte chiuse dai potenti della terra e viceversa aperte dall’uomo semplice e umile che non conosce divisioni e acerrime rivalità.
Consapevole di poter scrivere attraverso questi piccoli grandi gesti, un presente che vuole arridere ad un futuro che potrà raccontare bellezza e pace tra i popoli.
Photo Credit by agenzia foto film
Zero Biscuit di Mauro Lama
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