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La città (in)accessibile: quando le barriere architettoniche negano i diritti

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Il Coordinamento Docenti dei Diritti Umani interviene dopo l’iniziativa “Barriere zero” di Potenza: “Serve una rivoluzione culturale e urbanistica. L’inclusione non è un favore, è un diritto costituzionale”

POTENZA – Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende esprimere una ferma e circostanziata riflessione in merito alla condizione di grave inaccessibilità urbana denunciata a Potenza, emersa con drammatica evidenza nel corso dell’iniziativa “Barriere zero, Potenza per tutti”, promossa dal Forum dei Giovani e dal 22enne Flavio Olita.

La partecipazione delle istituzioni comunali a un’esperienza simbolica – una passeggiata su sedia a rotelle nel centro storico – non può esaurirsi in una prova empatica o in un gesto estemporaneo di attenzione. Essa deve segnare l’inizio di una profonda revisione del modello urbanistico, culturale e politico che oggi rende Potenza, per molte persone con disabilità, una città strutturalmente inaccessibile.

La denuncia di marciapiedi non percorribili, di pendenze inaffrontabili, di barriere fisiche ovunque e di “soluzioni tampone” come pedane mobili, restituisce un’immagine desolante di una città ostile alla mobilità autonoma. Ma ciò che emerge in controluce è ancora più grave: un’infrastruttura pubblica che esclude in modo sistemico e silenzioso, un tessuto urbano in cui lo spazio collettivo viene progettato per pochi, e non per tutti.

La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge n. 18/2009) afferma chiaramente che l’accessibilità agli ambienti fisici, ai trasporti, all’informazione e alla comunicazione è condizione essenziale per la piena partecipazione alla vita della comunità. Ogni ostacolo che rende impossibile a una persona muoversi in autonomia nello spazio urbano, frequentare l’università, accedere a un ufficio pubblico o semplicemente “fare una passeggiata”, costituisce una violazione di diritti fondamentali.

Il caso del giovane Flavio, iscritto a Informatica ma costretto ad abbandonare gli studi universitari per l’assenza di condizioni minime di accessibilità al Campus di Macchia Romana, è emblematico: non si tratta di un caso isolato, ma di una conseguenza diretta di un sistema di pianificazione che esclude, e che dunque discrimina. La disabilità, in questo quadro, non è una condizione personale, ma un prodotto dell’ambiente non inclusivo.

Il Coordinamento Docenti della disciplina dei Diritti Umani ribadisce che l’inclusione non è un’istanza opzionale o marginale dell’agenda politica, ma un principio costituzionale non negoziabile. L’articolo 3 della nostra Carta fondamentale impone alla Repubblica di rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano “la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”, e che impediscono “il pieno sviluppo della persona umana”. Tali ostacoli, quando si traducono in scalini, lampioni mal posizionati, marciapiedi troppo stretti o edifici scolastici inaccessibili, diventano concreti, quotidiani, e intollerabili.

Accogliamo con favore l’annuncio del Sindaco Telesca di destinare parte dei fondi regionali all’eliminazione delle barriere architettoniche. Ma al di là delle cifre – 2 milioni sui 15 richiesti – è urgente avviare un percorso di progettazione partecipata e intersezionale, in cui le persone con disabilità siano interlocutori primari, e non destinatari passivi.

Non è più tempo di interventi frammentari o compensativi. È tempo di riconoscere che la vera barriera è culturale, prima ancora che materiale. Quando – come affermato dai genitori di Stefano Mele, Garante provinciale per i diritti delle persone con disabilità – la comunità percepisce la disabilità come un “fastidio”, significa che l’inclusione è stata tradita nel suo nucleo etico.

Il diritto alla città, inteso come diritto a vivere, abitare, muoversi e partecipare pienamente allo spazio pubblico, deve essere posto al centro dell’azione politica e dell’educazione civica. È tempo che scuole, università, amministrazioni e cittadini si assumano la responsabilità di ripensare lo spazio urbano come spazio comune, non segregante. Solo allora Potenza potrà dirsi davvero civile.

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