Quando un gommone carico di simboli solca le onde del Mediterraneo, può provocare onde ben più grandi nelle acque della politica internazionale. È quanto accaduto con la “Madleen”, la barca della Freedom Flotilla Coalition intercettata lunedì dalle forze navali israeliane mentre cercava di portare un carico di provviste – modesto nei numeri ma pesante di significato – verso la Striscia di Gaza
GAZA. A bordo, 12 attivisti. Fra loro Greta Thunberg, volto globale del clima, che ora si trova – ironia dei tempi – imbarcata verso casa non dal porto di partenza, ma dall’aeroporto di Tel Aviv. Una parabola simbolica, anche questa.
Israele ha agito secondo la sua logica di sicurezza: l’embargo navale su Gaza, vigente da anni e ulteriormente inasprito dal conflitto con Hamas, è ritenuto un necessario strumento di contenimento del contrabbando di armi. In questa narrazione, anche una barca con scorte simboliche può essere percepita come un tentativo di sfondamento della sovranità. Anche se le immagini, con gli attivisti che alzano le mani e nessun ferito, suggeriscono uno scontro più ideologico che fisico.
Dall’altra parte, la flottiglia – la cui stessa esistenza si affida a un linguaggio più teatrale che logistico – mira a smascherare l’assedio umanitario in corso. Non per ribaltare l’equilibrio delle forze, ma per portare in superficie un’emergenza che rischia di sedimentarsi nel fondo della normalizzazione diplomatica: la fame a Gaza non è una metafora, e il simbolismo – come le provviste – serve a tenere desta l’attenzione.
La questione è antica quanto il dissenso stesso: dove si ferma la legittimità della protesta civile, e dove comincia la violazione del diritto? Israele accusa l’azione di essere provocatoria e illegale. Gli attivisti sostengono che la legge non può essere neutrale davanti alla fame e alla disperazione. Le Nazioni Unite, nel frattempo, segnalano che la carestia incombe su una popolazione intera, ma non collaborano con il nuovo meccanismo d’aiuto promosso da Israele e Stati Uniti, per ragioni di “neutralità compromessa”.
C’è un’inquietante simmetria tra ciò che accade via mare e ciò che accade sulla terraferma. Mentre la Madleen veniva trainata ad Ashdod, un convoglio terrestre partiva da Tunisi con intenti altrettanto simbolici. Non per portare cibo, ma per cercare – anche solo per un istante – di rompere la cortina d’assedio con un gesto di visibilità.
Il rischio, per tutti, è che il gesto simbolico venga divorato dalla macchina della comunicazione e si riduca a hashtag, mentre la realtà sul campo resta immobile, e affamata.
In questa partita senza vincitori, ognuno sembra recitare un copione noto: Israele protegge il suo perimetro, gli attivisti cercano di forzarlo, l’Europa osserva, gli Stati Uniti sponsorizzano meccanismi di aiuto contestati, e l’ONU alza il sopracciglio.
Nel frattempo, il mare – indifferente a bandiere e manifesti – continua a essere solcato da barche cariche di simboli. Alcune intercettate, altre solo ignorate.
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