C’è un detto antico, che in politica torna sempre utile: «Quando non si può cantare vittoria, meglio raccontare una storia». Di storie, stavolta, il Partito Democratico ne ha raccontate più di una, pur di trasformare una débâcle in una fiaba dal lieto fine. Ma i numeri, si sa, sono notoriamente refrattari alla narrativa
ITALIA. I cinque referendum su lavoro e cittadinanza sono naufragati contro lo scoglio del quorum: un’affluenza ferma al 30,6%, quasi venti punti sotto la soglia di validità. Un fallimento sul piano formale e istituzionale, mitigato solo da una verità sostanziale: quei 13 milioni di voti per il Sì – quattro quesiti su lavoro con percentuali bulgare – non sono certo irrilevanti. Ma nemmeno decisivi.
La CGIL, promotrice dei referendum sul lavoro, ha mostrato più onestà intellettuale. Il segretario Landini ha ammesso che l’obiettivo non è stato raggiunto, pur rivendicando l’ampiezza del consenso raccolto. Elly Schlein, invece, ha preferito una strategia più creativa. Ha paragonato i voti raccolti dal Sì ai referendum (circa 13 milioni, con punte appena sotto) a quelli ottenuti dalla destra alle elezioni del 2022 (12,3 milioni), arrivando a concludere che l’aria politica stia cambiando. Forse sì, ma il vento che soffia non basta a far volare un referendum.
Soprattutto, il paragone regge poco. Le elezioni politiche hanno regole, contesti, logiche completamente diversi da un referendum. Lì conta battere l’avversario; qui, portare alle urne metà degli italiani. A nessuno sfugge che tra votare una coalizione strutturata e rispondere a cinque quesiti tecnici ci sia una distanza siderale.
A complicare la narrazione democratica ci pensa il quesito sulla cittadinanza. È quello con l’affluenza più bassa, il consenso più risicato (65% di Sì), e soprattutto 4,7 milioni di No. Numeri che rivelano un Paese spaccato proprio sul terreno identitario che più dovrebbe unire il centrosinistra. Schlein, a domanda diretta, ha glissato. Meglio parlare di quanto «i Sì siano stati più dei No». Il che è vero. Ma non risolve.
Ecco allora la realtà che emerge dal voto: una partecipazione inferiore alle aspettative, una battaglia simbolica che ha mobilitato sì, ma senza vincere, e una sinistra che fatica a tradurre battaglie civili in consenso largo.
La sinistra, in fondo, si ritrova oggi nella stessa posizione che spesso ha occupato negli ultimi dieci anni: quella di chi ha più ragione che voti. Stavolta non basta neppure una buona narrazione per mascherarlo.
Il dato forse più interessante lo offre il territorio. In regioni roccaforte del centrosinistra, come la Puglia o la Campania, l’affluenza è stata più bassa che in Lombardia, storicamente controllata dal centrodestra. In Liguria, dove il centrosinistra ha perso le regionali, l’affluenza al referendum è stata sorprendentemente alta.
I referendum non erano inutili, né marginali. Ma non sono riusciti a diventare universali. E non bastano nemmeno come “prova di forza” contro il governo Meloni, che sul piano comunicativo ha semplicemente ignorato il voto, lasciando che si sgonfiasse da solo.
Siamo davanti a una sconfitta con attenuanti, non a una vittoria con riserva. Raccontarla diversamente è legittimo, ma non convincente.
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