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Intervista ad Alessandro Preziosi: l’interpretazione di D’Annunzio tra arte e introspezione

3 minuti di lettura

Alessandro Preziosi torna a calcare i palcoscenici italiani con uno spettacolo che esplora i confini tra amore, arte e perdita

TREVISO. Alessandro Preziosi, noto per le sue interpretazioni nei grandi classici teatrali e per il suo impegno nel rinnovare il panorama culturale, in “Il Poeta e la sua Diva” veste i panni di Gabriele D’Annunzio, rievocando il legame complesso e appassionato con Eleonora Duse.

Lo spettacolo, che si inserisce nel progetto speciale “DonnaDuse” promosso dal Ministero della Cultura, mette in luce il sodalizio umano e artistico tra i due, un legame che ha segnato non solo la loro vita ma anche il panorama culturale del tempo. Prodotto da Pato srl in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto, “Il Poeta e la sua Diva” è un’occasione imperdibile per riflettere sul potere dell’arte di trasformare il dolore in bellezza universale.

Alessandro Preziosi, nato a Napoli il 19 aprile 1973, è uno degli attori più versatili e apprezzati del panorama artistico italiano. Protagonista di fiction di successo come Elisa di Rivombrosa, I Medici e Black Out 2 – Le verità nascoste, ha calcato con passione i palcoscenici dei più importanti teatri italiani, interpretando grandi classici come Amleto e Don Giovanni.

Amore, morte, arte: una triade da sempre indagata che ha ispirato letteratura, teatro e cinema di ogni epoca. Cosa succede quando qualcuno a cui siamo profondamente legati e da cui dipende parte della nostra anima scompare? Come si trasforma questo legame se entrambe le persone sono artisti? Alessandro Preziosi, nei panni di Gabriele D’Annunzio, risponde a queste domande nel monologo “Il poeta e la sua diva”, scritto da Giordano Bruno Guerri e Maria Pia Pagani. La rappresentazione, andata in scena ieri martedì 21 gennaio al Teatro Del Monaco di Treviso, ha accompagnato il pubblico nei meandri più profondi del legame tra il Vate ed Eleonora Duse.

Ambientato al Vittoriale, il 21 aprile 1924, lo spettacolo racconta il momento in cui D’Annunzio riceve la notizia della morte della Duse, avvenuta nella lontana Pittsburgh. Il poeta, che aveva intuito quanto fosse rischiosa la sua tournée americana, le aveva proposto di trasferirsi al Vittoriale per vivere una vecchiaia serena. Ma la Duse, spinta da un’irrefrenabile necessità artistica, aveva deciso di partire. Isolato e in preda ai ricordi, D’Annunzio ripercorre le tappe del loro sodalizio, rivivendo tutto ciò che, grazie a lei, ha nutrito la sua anima e alimentato la sua genialità visionaria.

Questa rappresentazione fa parte della quarta edizione del Festival di teatro classico “Mythos 2025”, con la direzione artistica di Giovanna Cordova, che si estende da Treviso a Venezia e Padova e si conferma come una rassegna di rilevanza nazionale, capace di rendere il teatro classico un collante culturale tra territori diversi.

Alessandro Preziosi, accompagnato al pianoforte da Carlo Guaitoli e diretto da Tommaso Mattei, ci guida in un flusso di coscienza dove l’intreccio di due vite si trasforma in una parabola esistenziale. Un racconto che, pur affondando le radici nell’epoca in cui si svolge, continua a suscitare fascino e riflessioni.

L’abbiamo intervistato per voi, per scoprire insieme a lui cosa si nasconde dietro questa affascinante opera e quale messaggio vuole trasmettere al pubblico di oggi.

Qual è il cuore del rapporto tra D’Annunzio e Eleonora Duse secondo il monologo che portate in scena?

D’Annunzio ambiva ad una comunione d’intenti teatrali con Eleonora Duse, nel momento in cui apprende della sua morte segna un punto di non ritorno. Attraverso le parole della drammaturgia, come uno sguardo attraverso un buco della serratura, ci addentriamo nei meandri più profondi del loro legame. Le parole, quando rilette e rievocate sul palco, trovano nuova linfa vitale. In scena, il teatro celebra il loro incontro, specialmente in quel momento in cui “La Pioggia nel Pineto” diventa una struggente dichiarazione d’amore intempestiva.

Qual è il ruolo del teatro nel rendere universali emozioni e relazioni così complesse?

Il teatro è scienza dell’anima. È attraverso la cultura, e non solo la tecnica, che possiamo indagare l’intimità delle emozioni. In questa rappresentazione, ho cercato di mantenere un’autenticità che mi permettesse di distanziarmi dalle derive sentimentali di D’Annunzio, pur rimanendo fedele alla sua essenza. D’Annunzio è una figura complessa: un bugiardo che dice la verità ma che con la finzione svela il reale. Questo conflitto tra verità e finzione è ciò che il teatro, meglio di qualsiasi altra forma d’arte, riesce a restituire al pubblico.

Cosa ha scoperto di sé stesso lavorando sulla figura di D’Annunzio?

D’Annunzio mi ha riportato all’essenza del mio amore per il teatro. La sua figura mi ha riconciliato con l’idea del lavoro come sacrificio e dedizione: treni, alberghi, palchi. In un’epoca di dispersione culturale e manipolazione della parola, D’Annunzio ci ricorda l’importanza della precisione linguistica, della sonorità, della parola come strumento di eternità.

Che risposta ha avuto il pubblico alla rappresentazione?

La reazione del pubblico è stata intensa. Durante “La Pioggia nel Pineto”, molti si sono commossi, colpiti dalla potenza evocativa della poesia. Non si tratta di spiegare ogni parola, ma di vivere l’istante di due persone unite dalla poesia, dall’arte e dal tempo. In fondo, come dice il testo stesso, «abbiamo bisogno della poesia per sentirci vivi».

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