Le tradizioni per la festa dei morti nelle varie regioni italiane
“Armi santi, armi santi,
Io sugnu unu e vuatri sisi tanti….”
La notte di Hallowen non era ancora nella mente degli dei che già la festa dei morti si celebrava in tutte le regioni italiane. Certo c’era anche tanta tristezza, quel giorno, nel ricordare i cari scomparsi, nel preparare nelle case gli altarini commemorativi con i lumini accesi e i mazzi di fiori da portare al cimitero.
La tavola apparecchiata
La sera prima, finito di cenare, non si sparecchiava la tavola e le finestre venivano lasciate aperte per facilitare l’ingresso alle anime dei trapassati. Il tavolo era imbandito con le cibarie, secchi d’acqua e pane, pronti per i familiari defunti che, nottetempo, avrebbero fatto visita ai loro cari e, in cambio del pasto, avrebbero lasciato dei dono per i bambini.
Se erano stati buoni, avrebbero trovato dei regali, spesso giochi che i bambini avevano richiesto in una lettera scritta ai propri cari defunti. Racconta la tradizione di molte città italiane che, durante la notte, i morti visitavano le pasticcerie ed i negozi per raccogliere doni per i più piccoli.
I dolci caratteristici che ricordano le ossa dei defunti
Era la festa dei dolci tipici che richiamavano nella forma ossa e stinchetti dei defunti.
Ancora oggi n Umbria ci sono dei dolcetti a forma di fave, gli stinchetti dei morti; in Veneto si mangiano gli ossi dei morti, fave di pasta frolla colorata; a Treviso si preparano focacce chiamate i morti vivi; in Puglia c’è il Grano dei morti (Cicc cuòtt)), un dolce antichissimo fatto con grano e melagrano. La Sicilia, come sempre, si sbizzarrisce nel ricreare anche visivamente parti dello scheletro dei defunti: le ossa di morto e gli scardellini , fatti di una pasta bianca, friabile, che rappresenta proprio delle tibie, teschi, angeli ed immagini di morte, poste su una base di pasta durissima e dolcissima.

In alcune regioni le tradizioni richiamano l’attuale Festa di Halloween. In Abruzzo si scavavano le zucche e si metteva all’interno una candela per utilizzarle come lanterne necessarie ad indicare la strada di casa alle anime care.
In Sardegna ed in Liguria il 2 novembre i bambini passavano di casa in casa a chieder dolcetti. Mancava lo scherzetto.
Era una tradizionemangiare macco di fave poiché, anticamente, si credeva che le fave contenessero le anime dei trapassati. In quei giorni era compito dei nonni raccontare ai piccoli della famiglia storie e leggende paurose che creavano un legame con l’immaginario e le tradizioni del luogo.
La preghiera antichissima
La preghiera che veniva recitata prima dei pasti, o al mattino di questa ricorrenza, era antichissima:
“Armi santi, armi santi,
Io sugnu unu e vuatri sisi tanti,
Mentre sugnu ‘ntra stu munnu di guai,
Cosi di morti mittitiminni assai”.
Un modo per ricordare i cari defunti, prima che l’intera famiglia, piccoli e grandi, si recasse unita al cimitero. Un giorno di festa, ammantata di tristezza, vissuto nel ricordo e nel rispetto dei familiari. A loro, alle Anime Sante, veniva affidata anche la tutela dei bambini.
Ricostruire il legame con la morte
Ricostruire il legame con la morte che non è solo pietas e pianto, ma commistione tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, nella prosecuzione di un dialogo che non separa i due mondi.
La memoria dei defunti non si sbiadisce con la loro dipartita. Ne resta palpabile la presenza non solo nei ricordi ma anche nell’interazione con quanti, come noi, continuano il loro cammino in questo mondo.
E se ci riappropriassimo della nostra cultura, ricca di tradizioni e particolarità regionali, riprendendo la consuetudine dei “regali dei morticini”?
Basterebbe la volontà ed il piacere di spiegare ai nostri figli ciò che è stato nel nostro passato, in quello di un Paese fatto di mille sfaccettature affascinanti, senza prendere a prestito usanze nate in altri contesti a noi lontani.
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