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Identità e Appartenenza

3 minuti di lettura

L’identità non coincide con i documenti anagrafici, ma si costruisce tra genetica, relazioni e appartenenze che ci accompagnano lungo la vita

ITALIA – L’identità individuale non è la sua carta di identità. Questa si può cambiare, come si possono trasformare i propri connotati fisiognomici. L’identità attiene a caratteristiche genetiche in primo luogo, ma si compone di elementi che si sovrappongono nel corso della vita, in parte legate a relazioni parentali, in parte a relazioni determinanti. Sono quest’ultime che orientano il cammino dell’esistenza individuale in un certo modo, e in una certa direzione.

La domanda che lo psicologo clinico si pone ogni qualvolta entra in una relazione di aiuto sta se quell’individuo può cambiare oppure no. Se cioè i caratteri che la sua esistenza ha intrapreso e che lo hanno condotto alla insoddisfazione e alla infelicità possano essere eliminati o comunque modificati.

Rispetto a questa ipotesi di cambiamento possibile sulla quale il clinico della psiche lavora e scommette, entrano in gioco fattori che stanno al di fuori dalla realistica possibilità di cambiamento e sui quali nessun lavoro terapeutico può incidere. Tuttavia, alcuni caratteri che riguardano la sfera dell’intimità o dell’interiorità, il modo di sentire e di agire, la spinta ad affrontare la realtà sensibile e le relazioni sia orizzontali, tra pari, che verticali, con ascendenti e discendenti, e altre cose ancora, potrebbero mutare se la relazione terapeutica diventa effettivamente cura.

Così nella vita dovremmo ricordare da chi abbiamo appreso quel modo di essere che ci ha dato sicurezza. Gli angeli custodi non sono esseri immateriali ma sono quelle persone reali che ci hanno scoperto e valorizzato, intenzionalmente o anche no, in aspetti che non pensavamo di avere. Quando ce ne rendiamo conto, spesso anche tardi nella vita, scopriamo di avere una identità, quella che va oltre il nome e il cognome, oltre la nostra appartenenza genetica, al di là delle vicissitudini ordinarie e straordinarie.

Il bene che facciamo ci torna sempre indietro, non avviene per il male, che spesso dimentichiamo di aver fatto. Forse perché quando si fa del male non lo si fa intenzionalmente. Se domandiamo a qualcuno che ha rubato o anche ucciso, ci dirà sempre che lo ha fatto per necessità. Ecco, la necessità del male è quello che lo rende irrestituibile. Il bene invece ci torna sempre indietro, perché è qualcosa di non necessario. E come tutte le cose non necessarie della vita, questo bene ci viene riconosciuto da chi lo ha ricevuto. Come noi lo riconosciamo e sempre lo rammentiamo.

“Padre Nostro, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Solo oggi che scrivo di identità e appartenenza riesco a comprendere le parole della preghiera. I debiti sono le cose dovute e i debitori sono coloro che devono restituire. Sono le cose buone che riusciamo a fare i nostri debiti e questi ci saranno restituiti. Tutti dunque siamo debitori del bene che abbiamo fatto e che riceveremo indietro.

Penso al significato del dono nelle culture primitive. Qualcosa che assomiglia al piccolo omaggio che portiamo sempre, o quasi, quando siamo invitati da qualcuno come ospiti. Il dono è quel qualcosa di materiale ma che nasconde un significato altamente spirituale. Il dono passa di mano in mano simbolicamente a significare il bene che ci accompagna trasmesso da persona a persona, da generazione a generazione.

L’antropologo Mauss descrisse il significato del dono come un bene che ci collega come oggetto transazionale ad una catena di soggetti e che dunque proviene da lontano, rappresenta anche chi ci ha lasciato, in quel dono c’è anche la mano di chi vorremmo che ci fosse ancora e non c’è più.

Linguaggio e religione sono aspetti fondanti della nostra appartenenza. Questa non si oppone all’identità anzi la arricchisce come necessario compendio. Il dialetto e l’accento non si perdono mai anche se viviamo per tantissimo tempo lontano dal luogo in cui siamo nati.

E la religione, anche se nei fatti e nelle idee ci riteniamo laici e indipendenti, diventa un aspetto di cui non possiamo liberarci. La nostra natura non può fare a meno della religione. Ci è necessaria come il pane che mangiamo e l’acqua che dobbiamo bere per vivere.

Il mondo antico parlava della religione dei padri, e in questo modo metteva insieme passato e presente, oggi diremmo genetica ed esistenza. Tutti apparteniamo a qualcuno e somigliamo a chi ci ha preceduto.

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