In una leggera e gradevole intervista Gianfelice Facchetti ci concede il suo pensiero libero, tra teatro, Inter e moderne memorie
A teatro con “Il Grande Torino. Una cartolina da un Paese diverso”, uno spettacolo scritto da lui stesso e Marco Bonetto, Gianfelice Facchetti si confida: “Le cose fanno più fatica a circolare per noi artisti indipendenti ma quando circolano è perché la gente si è incuriosita ed è venuta a cercarti, ed ogni volta che si torna da una replica è un rapido susseguirsi“.
Portare in scena la grande Inter non è da escludere a priori anche se: “Mi piacerebbe un giorno affrontare l’epopea della grande Inter portandola sul palco, con una storia vista con lo sguardo dei suoi 117 anni, ma con un respiro ampio, senza parlare di me, con la scrittura che ti permette la giusta distanza“.
La partitura gradevole del racconto di Gianfelice, in maniera del tutto naturale evita il glossario della malinconia e passa subito dopo attraverso i Presidenti dell’Inter, da Moratti, Fraizzoli, Pellegrini, Moratti ancora, fino ad arrivare ai giorni nostri, con i “fondi” a capo della società, ma affondando la lama della memoria,: “con il Presidente che ributta il pallone in campo dal Naviglio, quando l’Inter giocava in Ripa di Porta Ticinese“. Pillole di memorabilia.
Andare in Foro Bonaparte per acquistare il biglietto della partita e incontrare i giocatori, magari Giacinto Facchetti,: “Era un mondo meno afflitto dalla burocrazia e dalle regole“, come i ritiri a San Pelllegrino, pratica ora desueta e introvabile.
E lo stadio di San Siro, dove tra i tragitti per arrivare, bagarini e ippodromo, c’è ovviamente risalto per il suo libro: “C’era una volta a San Siro“, un viaggio storico sentimentale in questo luogo dell’anima. Un contenitore di emozioni.
Ma la stretta attualità incombe, con il rush finale in campionato e il punto di vantaggio del Napoli, paradossalmente forse un ostacolo mentale per i partenopei,: “L’unica cosa che posso dire è che l’Inter esce dalla semifinale di Champions League con un iniezione di fiducia dopo quell’impresa che ha mantenuto tutto vivo, con un divario che si accorcia e una domenica bestiale che ci aspetta“.
Ma siccome non si vive di solo campionato l’Inter quest’anno si toglie lo sfizio della finale di Coppa dei Campioni, scusateci, Champions League, e Gianfelice dice che: “rispetto a due anni fa il pronostico è più aperto, con un percorso più avvincente e con qualche possibilità in più“.
Tornando a piè pari sulla grande Inter e su eventuali paragoni con l’era moderna: “ Ogni Inter ha una serie di formazioni e di calciatori che la rendono unica e inimitabile, ma in ogni momento quando il fantasma nerazzurro si sveglia e prende la scena lo fa in una maniera che non è mai banale“.
La curiosità finale attinge di nuovo al grande Torino e alla figurina di Maroso che Giacinto Facchetti custodiva discretamente, con Gianfelice che riguardo alla nostra domanda sulla sua figurina del cuore ci dice: “Quelle di mio padre, che grazie a mia moglie ho cominciato a raccogliere e che continuo a trovare, la mia preferita è l’ultima che lo ritrae a Tokyo nell’Olimpiade del 1964“.
Grandi storie di ordinaria normalità, che restituiscono pensieri liberi e indipendenti, a cui siamo lieti di aderire spontaneamente.
Zero Biscuit di Mauro Lama
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