Nella notte tra lunedì e martedì, Gaza City è stata colpita da una nuova ondata di bombardamenti israeliani. Obiettivo: preparare il terreno a un’operazione di terra che, secondo fonti militari, mira a occupare interamente la città
ISRAELE. Il Jerusalem Post ha riferito che carri armati israeliani sarebbero già entrati nei quartieri settentrionali, notizia che alcuni funzionari – pur restando anonimi – hanno confermato a media stranieri. La situazione resta però confusa e fluida.
Il 9 settembre Israele aveva ordinato alla popolazione di lasciare la città e di spostarsi a al Mawasi, nel sud della Striscia, definita “zona sicura”. Ma quell’area è stata più volte bombardata, con vittime civili e infrastrutture distrutte.
A Gaza City oggi sopravvivono oltre un milione di persone: residenti originari e sfollati provenienti da altre zone. Per loro non esistono vie di fuga reali. Le strade di accesso sono interrotte, le case distrutte, le aree indicate come rifugio non garantiscono protezione.
Israele bombarda Gaza ininterrottamente da quasi due anni. Già in agosto, il Governo aveva approvato un piano per la conquista militare della città, completando così il controllo del 75% della Striscia.
Finora l’esercito aveva evitato un ingresso massiccio a Gaza City e nelle zone costiere di Deir al Balah e al Mawasi, per timore che lì fossero nascosti ostaggi israeliani. Secondo le autorità di Tel Aviv, resterebbero circa 50 ostaggi, una ventina dei quali ancora in vita.
Mentre i raid continuano, sul fronte politico il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ricevuto a Gerusalemme il segretario di Stato statunitense Marco Rubio. Quest’ultimo ha ribadito il sostegno degli Stati Uniti a Israele, ma ha lasciato aperto un varco alla diplomazia: «Dobbiamo prepararci all’eventualità che non ci sia una soluzione diplomatica, ma continueremo a lavorare in quella direzione».
L’operazione israeliana porta con sé un rischio evidente: trasformare Gaza City in un epicentro di catastrofe umanitaria. Con migliaia di civili intrappolati e senza più un rifugio, ogni nuova incursione moltiplica il conto delle vittime.
La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione: il nodo resta quello di sempre, tra la rivendicazione israeliana della legittima difesa e la denuncia palestinese – e di molte ONG – di una guerra che travolge deliberatamente i civili.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
