Le storie d’amore sono sempre infelici e ci commuovono per questo. Come nelle poesie, ciò che conta è l’attacco iniziale. È il fuoco d’artificio che comincia con un colpo unico, isolato e forte. Poi, dopo un attimo, si accendono i fuochi: luci scoppiettanti e colorate che disegnano il cielo. Alla fine, il colpo rumoroso e definitivo che chiude lo spettacolo.
Chi si ferma alla prima storia, chi continua fino all’ultima. È sempre così.
Uno dei racconti più belli delle Storie di Dublino di James Joyce si intitola I morti. È la sera di Natale: ospiti e parenti si riuniscono intorno a una tavola imbandita di ogni ben di Dio. I bambini giocano, gli anziani parlano e si divertono. Una coppia, marito e moglie, borghesi benestanti, arriva in carrozza. È una notte fredda, piena di stelle, con la neve.
In casa, ben addobbata, ci sono calore, allegria, pace. Dopo cena la coppia, con i figli sani e belli, si ritira a casa. La giovane moglie è felice, abbraccia l’uomo che ama, suo marito. Si baciano teneramente e si apprestano ad andare a letto: una notte d’amore, come le tante vissute in un matrimonio ben riuscito.
Ecco però che alla giovane donna sovviene un ricordo. Un ricordo lontano, di quando era poco più che adolescente, in vacanza con i suoi. Un ragazzo, giovane e bello, incrocia il suo sguardo e inizia una storia d’amore: per entrambi è il primo amore. Alla fine delle vacanze estive tutto si arresta, ma resta in sospeso la promessa di un prossimo incontro, chissà quando. Ma non ci sarà.
Il giovane si ammala e muore. È questo il pensiero che interrompe la notte della vigilia di Natale e la gioia che la accompagna: il pensiero dei morti.
In una famosa poesia di Neruda, il poeta si chiede: se la morte è davvero la morte, dove finiranno mai i poeti e le cose che nessuno dimentica? Ma certo, quando l’amore finisce non è sempre perché qualcuno muore, anche se la morte attiva la malattia del lutto. Sappiamo infatti che guarire dal lutto vuol dire riprendere a vivere, nonostante tutto.
È più dolorosa la separazione quando non c’è il lutto a lavorare per te, ma devi fare tutto da solo. Quando finisce l’amore non c’è altro da fare che voltare pagina e non riaprire più quel libro che non avevi finito di leggere.
Ma talvolta, tra le mani, ti capita qualcosa che ti ricorda quando si aveva diciotto anni e si era ancora tutti belli, e le imperfezioni del corpo, i difetti del carattere, non ti avevano ancora reso riconoscibile.
Restiamo delusi quando andiamo a cercare le persone del passato e, se abbiamo la fortuna di incontrarle ancora, ci accorgiamo del tempo che è passato e di come siamo cambiati. Ma quando le ricordiamo, queste persone ci appaiono nella memoria così come erano allora. Ed ecco che ci mancano. Ci mancano tanto.
L’impossibilità di vivere il presente è una caratteristica tutta umana, che invidiamo agli animali e alle piante. Ora abbiamo superato l’impaccio e la goffaggine di allora. Siamo diventati scaltri, attenti, prudenti. Pensiamo al futuro, al tempo che ci resta e a come meglio impiegarlo, senza perderci in ciò che oggi sono sciocchezze, ma che allora ci rendeva felici.
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